Ci si può far mare?


Ci si può far mare?
Come se il mare fosse mondo,
letto al profumo di salsedine
aquila che plana sontuosa nel vento.

Ci si può far mare?
Un guizzare leggero dentro e fuori,
sotto e sopra l’onda spumeggiante
e aver tra le squame solo
il diritto di nascita di pesce.

Ci si può far mare?
Grandioso e accogliente
di corpi straziati da scogli
d’ignoranza e razzismo
e indifferenza di potenti.

Ci si può far mare?
Come grembo di madre che
consola e disciolta col sale
ha braccia spalancate e brodose.

Ci si può far mare?
Immenso e coraggioso custode
di barili di uranio, minaccia
per 7*108 anni agli stessi  figli
dell’uomo che ha imposto la cova.

Ci si può far mare?
Arginare il cattivo tempo dell’uomo
che quanto più ignorante
e sicuro, più protervo si fa.

Ci si può far mare
e ripulire lo schifo di chi non guarda il mare?
Rossana Bacchella

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Ferite e feritoie

Jpeg

Ieri, il Meltemi 
ha pettinato lisci i miei capelli 
spazzava dal nord ignare ferite 
il cielo era di marre azzurro
bianca panna paffuta di nuvola
riempiva il mio cono di felicità 
alzato verso il nitido.

Sdraiata, la testa sotto
l’albero della cuccagna, 
lo sguardo mi ha portata dritto
in alto a raccogliere doni.

Galleggiavo a morto
sul prato fattosi mare
l’odore d’erba diventava salsedine
il treno lontano un canto di sirena
e le case popolari
alle mie spalle
il tempio di Apollo dove
ringraziare delle ferite
che si fanno feritoie sul mondo.

Rossana Bacchella (15-04-2014)

Trilogia per Lampedusa – L’hangar


Fotografia, DNA, sacco blu,
cerniera che scivola, senza guardare.
NUMERO 24.
L’aveva detto Helmi, sei pazzo, è un suicidio?
Lo è anche il servizio militare a vita, gli dissi
facendomi merce per diventare uomo.
Ti chiamo  Junayd, Giovane lottatore, per non scordarti.

Fotografia, DNA, sacco bianco,
cerniera,  aperta un pezzetto, avrà paura del buio.
NUMERO 47
Ma quant’è grande ‘sto sacco!
Quanta plastica sprecata. C’ho solo tre anni.
Ho ancora freddo, sola, senza la mamma.
Per me sei Nawal, Dono, per non scordarti.

Fotografia, DNA, sacco verde,
NUMERO 63
cerniera che indugia sul viso scavato.
Che guardi? Va beh, non so nuotare,
m’ero aggrappato alla bottiglia grande di plastica, 
sul legno azzurro scrostato la mano era così vicina…
Il tuo nome è Feisal, Deciso, per non scordarti.

Fotografia, DNA, sacco bianco,
cerniera, lacrima di occhi azzurri sconosciuti.
NUMERO 77
Non merito lacrime, ma solo vergogna,
non posso guardare il fratello che mi ha vista violare
meglio sola e cancellata che corrotta ai suoi occhi.
Io voglio darti il nome Maisa: Colei che cammina con fierezza, per non scordarti.

Fotografia, DNA, sacco blu,
cerniera chiusa sulla buia pace di plastica.
NUMERO 81
Ma perché cazzo sono nudo?
Non so, non ricordo.  La costa era lì, così vicina!
Una luce calda e poi ho respirato gelida acqua.
Ti chiamerò Qais, Risoluto, per non scordarti.

Fotografia, DNA, sacco bianco,
cerniera chiusa in fretta, lacrime finite.

NUMERO 92.
Ho perso la merendina di Nawal, ho perso anche Nawal,
dovevo lasciare la merendina e tenerla più stretta…
Lei è fuori dal sacco! Piangerà, ma mangerà una merendina straniera.
Ti chiamo Salima, che significa Salva, per non scordarti.

Nessuna fotografia, DNA, sacco di plastica,
L’ultimo numero non sarà pinzato
Nessuna cerniera cigolerà sul tuo corpo,
è poco, ma perdio, ti lascerò fluttuare!
Uno stupro sopra un altro mi aveva svuotato
la pancia appena riempita di una vita non cercata,
la costa era lì, la vedevo, dovevo sperare, affrontare la vergogna?
Ora la vergogna è di qualcun altro.
Io fluttuo leggera. E non ho scelto.        
Il  tuo nome è Tahira,  che vuol dire Pura, per non scordare.

Rossana Bacchella  (ottobre 2013)

Trilogia per Lampedusa – Mare Nostrum


Acque della Tabaccara, Mare Nostrum:
ho le mie leggi, non sono un cimitero.
1852 bracciate dalla costa.
Avvinghiata alla figlia, al figlio, a nuovi fratelli e sorelle
sono in un solo grappolo deforme di speranze trafitte.
Tanto precise son le frecce di chi mai ci ha guardato?
Facile darti il nome Muna, Desiderio. Per non scordarti.

Acque della Tabaccara, Mare Nostrum:
ho le mie leggi, non sono un cimitero.
1983 bracciate dalla costa.
Perché quel pescatore mi guarda e piange?
Io allungo la mano, urlo. Ma lui è ancora lontano e piange.
Me l’avevano detto che a Lampedusa qualcuno avrebbe pianto per me.
Per me hai nome Rani: Colui che osserva. Per non scordarti.

Acque della Tabaccara, Mare nostrum:
ho le mie leggi, non sono un cimitero.
1691 bracciate dalla costa.
Sono emerso gonfio, mi fan da corolla enormi e minuscole scarpe.
Dallo scafo rimasto sul fondo, arrivano suoni acuti a  forarmi il cuore.
E non è il canto di corteggiamento delle balene azzurre.
Ti chiamo Latif che significa Gentile. Per non scordarti.

Acque della Tabaccara, Mare nostrum:
ho le mie leggi, non sono un cimitero.
1728 PASSI dalla costa
Camminando nel deserto avevo sete di mare, chiusi gli occhi
il movimento diventava di culla nel grembo di mia madre
E là, dopo infinite crudeltà e inganni, torno.
Ti do senz’altro nome Bilal : Dissetato. Per non scordarti.

Ho visto passare Ulisse, Enea, Amilcare il cartaginese.
Mare Nostrum era il mio nome per greci, turchi, 
tunisini, siriani, egiziani, libanesi, algerini … 
e per italiani, francesi, spagnoli…
HIC SUNT LEONES!  Non dove credevano loro.
La mamma, come onda leggera, mi ha posato
sul ruvido legno che dondola appena. La sento:
Farida! Farida! Perché il suo richiamo è tanto lontano?
Ho infranto le mie leggi per Farida, Perla rara. Non sono un cimitero!

Rossana Bacchella (ottobre 2013)

Trilogia per Lampedusa – Centro di prima accoglienza


Centro di prima accoglienza – Lampedusa
RECLUSO 917 – Somalia
Per casa un materasso sotto un telo termico d’oro.
L’ho vista spogliata a forza, nuda per la prima volta,
era mia sorella e per tutto il viaggio non l’ho più guardata,
non l’ho curata dalle ferite, ma di continuo ho ascoltato il suo pianto.
Maisa ora la vorrei accucciata con me, qui, sotto la plastica.
Il mio nome è Jihad: Sforzo sulla via di Dio.

Centro di prima accoglienza – Lampedusa
RECLUSO 934 – Libia
Per tetto un ponte di materassi  lerci.
Appena partiti da Misurata siamo naufragati
e ho visto le carceri di Libia, passi da gambero nella paura.
Qui, prima ho visto una mano, ora vedo solo  recinti  e veti
e frontiere. E mio fratello aspetterà invano lassù, in Germania.
Mi chiamo Hussein che significa Di bell’aspetto.

Centro di prima accoglienza – Lampedusa
RECLUSO 971 – Eritrea
Per casa un pantano tra radici d’ulivo.
Ho chiesto aiuto ad Allah il misericordioso,
ma inginocchiarsi cinque volte al giorno per pregare
sul barcone era impossibile, eravamo 518
Lui mi ha punito. Anche le leggi di qui mi puniscono.
Il mio nome è Taslim, vuol dire Sottomesso.

Centro di prima accoglienza – Lampedusa
RECLUSO 958 – Siria
Per casa un camion di gelati.
Appena partiti da Misurata siamo naufragati
e ho visto le carceri di Libia, passi da gambero nella paura.
Dicono che da qui mi cacceranno, nuovo terrore nell’anima
meglio la morte di un altro passo da gambero.
Mi chiamo Wa’el che significa Colui che ritorna.

Centro di prima accoglienza – Lampedusa
RECLUSO 987 – Somalia
Per tetto un soffitto.
Io e la mia bambina siamo fortunate, stiamo al coperto.
Uno stanzone con strani disegni di lingue nere
si protendono minacciose dal soffitto, ma
Manaar corre tra gambe dalle ginocchia piegate e sorride.
Il mio nome è  Hanan, vuol dire Tenerezza.

A migliaia e migliaia ne ho accolti. Accolti? Lasciamo perdere…
Due anni fa, e due anni prima ancora, m’han dato fuoco.
Neanche la forza di lamentarmi, non posso dargli torto.
Non è che io li ho solo visti o sentiti,
io li guardo e ascolto, giorno, dopo giorno, dopo giorno…
poi me li portano via, non so più nulla di loro.
Adesso posso correre, mi piace stare in braccio alla mamma,
ma così tanto tempo non mi piace. Ora corro lontano, rido e torno,
mangio, corro, torno da lei  e rido. A un bambino di un anno può bastare.
Andrà via anche lei, là dove fanno le leggi.
                     Là lo sanno che si chiama Manaar, LUCE CHE GUIDA?

Rossana Bacchella (ottobre 2013)

Fiori di luce

La luce disegna semplici fiori sul soffitto,
forano il buio della stanza
tra le imperfezioni degli infissi di questa
vecchia,
sporca,
squallida
casa popolare.

Delicatezza effimera di fiori di luce
eclissa la voce del vicino zoppo
sgarbata,
sgradevole,
e bruta
d’inconsapevoli rivendicazioni,
copre il ritmico scandire
delle notti,
delle serate,
dei risvegli
svogliati su giorni tutti simili di doveri -grigia abitudine-.

Ecco,
oggi
un fiore stilizzato di luce si è insinuato
a illuminare il soffitto
e io l’ho guardato
finché il sole ha girato dietro la casa.

Rossana Bacchella

Alberi nani

panchina verde 1

Mai mi son seduta al tavolo
per scrivere poesie, 
alzata per farlo sempre.

La notte sul water,
taccuino malfermo sulle ginocchia
o sul balcone pieno del profumo
di gelsomini della mia casa popolare,
quando gli zarri rombano nelle loro auto
sparate in corse folli sul vialone di periferia.

Appena si accenna l’alba,
al lume incerto velato dal foulard rosso
sangue per non svegliarti.

E pure al parchetto,
qualche giorno di sole
che non riscalda.

Lì mi siedo
sulla panchina verde scrostata
tra alberi nani con attese da titani,
ancora non sanno se potranno onorarle,
proprio come me.

Sempre,
una folla di parole
insospettate dentro la testa
mi chiamano a testimone
per esistere

Non parlatemi della loro inutilità.
Troppe son le parole che aspettano
e più non s’affannano nel cercar consenso.

Rossana Bacchella

Il 1° maggio di una disoccupata


Oggi, 1° maggio 2014, festeggio la lettera di licenziamento datata 30 aprile. Mi hanno chiamata zavorra forse qualcuno ora mi chiamerà parassita. Ma che cazzo vogliono da me?

Alla mia mamma piaceva il posto fisso. “L’informatica è il mestiere del futuro.” Mi ha detto. “Non te ne pentirai!” Son finita tra numeri, tastiere, banche e scrivanie. Non era il mio sogno, ma il lavoro lo facevo bene. Anche la più stupida cosa, se ben fatta, un po’ di soddisfazione la dà. Per farmelo pacere di più mi sono dedicata alla difesa della cause perse. Difendere i diritti dei lavorati, da tempo, è solo questo. Che ci posso fare? Ho sempre avuto un debole per i più deboli! Doctor’s is in c’era scritto su un foglio A4 ripiegato in tre e appoggiato sulla mia scrivania. E io ero Lucy.

Oggi, 1° maggio, dopo anni a tirar la cinghia e nove mesi di cassa integrazione, sono ufficialmente zavorra. A causa degli anni contati, non di quelli che mostravo nel lavoro. Sono finta in discarica e poi… e poi basta, mi sono detta. Dapprima mi sentivo in colpa per le mie figlie. Niente Master, niente vacanze, niente vitello o scarpe nuove… Solo libri concedevo.

Poi ho pensato. Se la caveranno come è stato per i miei nonni con la prima guerra. Come è capitato ai miei genitori col nazifascismo e una seconda guerra. La terza guerra è loro. E nostra. Alle spalle non abbiamo la cultura della Resistenza e l’impeto della ricostruzione. Difficile dopo vent’anni di sfascio. Tempi di magra. E allora? Riduzione di costi! Io sono il governo, il presidente del consiglio e il ministro dell’economia. Così ci siamo tolti i vizi, gli sprechi e ciò che c’era in più di quanto si potesse desiderare. Anzi non è rimasto più niente attaccato. Giusto l’essenziale. Anche i desideri sono cambiati. L’emozione di realizzarne uno piccolo è salita alle stelle. E a me rimane tutto il tempo, tanto e irregolare, per fare quel che ho sempre sognato.

Le mie figlie non avranno eredità in denaro. A loro andrà il seme della resistenza che mi passò mio padre assieme quello delle lotte operaie e studentesche e della creatività della mia generazione.  So che sono ben piantati nel loro terreno. Ne uscirà una pianta nuova. Ma ancora nessuno di noi la sa immaginare.

Rossana Bacchella