Trilogia per Lampedusa – Centro di prima accoglienza


Centro di prima accoglienza – Lampedusa
RECLUSO 917 – Somalia
Per casa un materasso sotto un telo termico d’oro.
L’ho vista spogliata a forza, nuda per la prima volta,
era mia sorella e per tutto il viaggio non l’ho più guardata,
non l’ho curata dalle ferite, ma di continuo ho ascoltato il suo pianto.
Maisa ora la vorrei accucciata con me, qui, sotto la plastica.
Il mio nome è Jihad: Sforzo sulla via di Dio.

Centro di prima accoglienza – Lampedusa
RECLUSO 934 – Libia
Per tetto un ponte di materassi  lerci.
Appena partiti da Misurata siamo naufragati
e ho visto le carceri di Libia, passi da gambero nella paura.
Qui, prima ho visto una mano, ora vedo solo  recinti  e veti
e frontiere. E mio fratello aspetterà invano lassù, in Germania.
Mi chiamo Hussein che significa Di bell’aspetto.

Centro di prima accoglienza – Lampedusa
RECLUSO 971 – Eritrea
Per casa un pantano tra radici d’ulivo.
Ho chiesto aiuto ad Allah il misericordioso,
ma inginocchiarsi cinque volte al giorno per pregare
sul barcone era impossibile, eravamo 518
Lui mi ha punito. Anche le leggi di qui mi puniscono.
Il mio nome è Taslim, vuol dire Sottomesso.

Centro di prima accoglienza – Lampedusa
RECLUSO 958 – Siria
Per casa un camion di gelati.
Appena partiti da Misurata siamo naufragati
e ho visto le carceri di Libia, passi da gambero nella paura.
Dicono che da qui mi cacceranno, nuovo terrore nell’anima
meglio la morte di un altro passo da gambero.
Mi chiamo Wa’el che significa Colui che ritorna.

Centro di prima accoglienza – Lampedusa
RECLUSO 987 – Somalia
Per tetto un soffitto.
Io e la mia bambina siamo fortunate, stiamo al coperto.
Uno stanzone con strani disegni di lingue nere
si protendono minacciose dal soffitto, ma
Manaar corre tra gambe dalle ginocchia piegate e sorride.
Il mio nome è  Hanan, vuol dire Tenerezza.

A migliaia e migliaia ne ho accolti. Accolti? Lasciamo perdere…
Due anni fa, e due anni prima ancora, m’han dato fuoco.
Neanche la forza di lamentarmi, non posso dargli torto.
Non è che io li ho solo visti o sentiti,
io li guardo e ascolto, giorno, dopo giorno, dopo giorno…
poi me li portano via, non so più nulla di loro.
Adesso posso correre, mi piace stare in braccio alla mamma,
ma così tanto tempo non mi piace. Ora corro lontano, rido e torno,
mangio, corro, torno da lei  e rido. A un bambino di un anno può bastare.
Andrà via anche lei, là dove fanno le leggi.
                     Là lo sanno che si chiama Manaar, LUCE CHE GUIDA?

Rossana Bacchella (ottobre 2013)

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