Vedi e basta


capita di cadere
in ciò che credevi intollerabile,
moscerino sulla pera marcia del fallimento o
schiantato contro il parabrezza dell’impossibile
vedi rosso,
vedi nero,
il grigio ti offusca per un tempo indefinito
e poi…
un giorno
gli occhi si aprono:
vedi e basta!

Rossana Bacchella

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Certo che lo puoi fare (1)

inizio

1. La storia di Irene (di Rossana Bacchella)

Irene attraversò costringendo la donna sul SUV nero a inchiodare.  Come tutti i grassi era un po’ lenta, in special modo sulle strisce pedonali.
Non guardò i germogli sparati dalla betulla protesa sul vialetto del palazzo uffici B6 e andò dritta all’ascensore.
Spalle allo specchio, mentre pigiava il bottone irto di puntini brail che le solleticavano il polpastrello,  previde il prevedibile.
Oltre la pesante porta a vetri i colleghi riuniti attorno all’area break, l’avrebbero salutata distrattamente. Susanna, la segretaria del primo piano, si sarebbe accarezzata i capelli: era sua abitudine sollevare i riccioli mogano dal collo verso la nuca con le mani morbide, morbide. Piegava leggermente la testa a lato e sorrideva  grata e con malizia al mondo intero.   
“Che voglia!” pensò Irene.
Uscì sul pianerottolo. Spinse la pesante porta a vetri. Vide i colleghi  affollati  attorno all’area break e si bloccò. Non per evitarli, ma per disorientamento.
Susanna avvolgeva nervosamente un ricciolo della frangia attorno all’indice. Il magazziniere non aveva fatto ancora la solita battuta del cazzo. La segretaria di direzione si mischiava alla plebaglia. Al centro dell’assembramento c’era il rappresentante sindacale.

Dopo la vendita della multinazionale americana per cui lavoravano a una sconosciuta ditta italiana, erano tutti fuori giri. Movimenti concitati dei capi dal primo al quinto piano e poi dal quinto ancora al primo. “Avranno già la lista?” mormorava qualcuno. “Ma che lista e lista, come sei catastrofico!” lo zittiva sempre uno impiccato in una cravatta blu con minuscoli cavalli gialli imbizzarriti.  Certo, nessuno di loro avrebbe visto la lista, ma la e-mail aziendale parlava chiaro: “… L’avv. Bellotti annuncia l’intenzione di chiedere l’apertura della procedura di mobilità per un massimo di centocinquanta persone… ciò permetterà all’Azienda di sgravarsi di una buona parte dei costi in tempi rapidi…” e le solite palle in legalese.
“Ma cos’è esattamente questa mobilità?”  chiese Irene con noncuranza.
“Più o meno vuol dire che ti licenziano.” disse il magazziniere  “A me mi è già capitato. Un sabato mattina ho ricevuto un telegramma. Quelli che il telegramma non l’avevano ricevuto, dal lunedì non mi hanno più visto. Fine della storia.”
Irene da tempo non sapeva incazzarsi. Le sue mani erano già ferme, lo sguardo tranquillo e assente, ma le venne una gran voglia di sedersi.

(la storia di Irene continua… )