Certo che lo puoi fare (3)

col capo


3. Settimanale – La storia di Irene (di Rossana Bacchella)

Irene trovò la porta dell’ufficio aperta. Il capo vagava con lo sguardo basso sulle carte sparse sulla scrivania “Siediti, per favore” indicò un punto davanti a lui con la Mont Blanc nera “e… chiudi la porta.”   Obbediente Irene si mise a  sedere: in punta di sedia.

“Quanti anni sono che ci conosciamo Irene?” le chiese senza aspettarsi una risposta. Tutti e due sapevano che erano più di vent’anni.

“ …lo so, lo so che sei una categoria protetta (1), per questo ho voluto vederti prima…” a quelle parole Irene sentì la nuca andarle in fiamme.

“…con la nuova gestione qui è tutto cambiato… ma parlare di zavorra, beh,  pare anche a me un po’ troppo…”  fu l’ultima cosa che Irene sentì.

Di quel colloquio non le rimase quasi nulla, tranne un ronzio della mente e una parola che la spingeva a muovere la testa avanti e indietro, avanti e indietro:  “zavorra… zavorra… nient’altro che zavorra.”

A disinnescare quella condizione da pugile suonato fu Susanna. Le schioccò un enorme bacio sulla guancia dicendo con enfasi: “Guarda che è sincero!”  e via di corsa a timbrare l’uscita dal lavoro. Irene strabuzzò gli occhi. Poi capì.

Quella mattina,  dopo aver letto la famosa e-mail, Susanna era apparsa, tutta sconvolta, al bancone della reception. Sentiva gli spilli nelle braccia. La testa le girava. Le si bloccava il fiato “proprio qui… ” e indicava un punto scoperto sulla riga delineata da due enormi tette.

“Respira profondamente, “ le aveva detto Irene mettendole una mano sulla pancia”  devi arrivare col respiro fino alla mia mano… respira con calma e guardami negli occhi.”

A far sparire tremori vari era poi bastato parlarle.  Facile per Irene. Già lo faceva per il centro di cartomanzia per cui lavorarava. Ci dedicava qualche ora la sera,  così, tanto per arrotondare lo stipendio.

I tarocchi  di solito li chiedevano le donne, volevano sapere del loro amore. Spesso era una voce angosciata “Oddio che devo fare?” oppure “Il mio amante se n’è andato… ”  Allora Irene leggeva le carte senza guardarle. Capiva il problema e diceva cose di buon senso. Semplicemente.

(la storia di Irene continua… )

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Certo che lo puoi fare (2)

2. Settimanale – La storia di Irene (di Rossana Bacchella)


Zoppicando più del solito raggiunse il bancone della reception e lasciò andare il grosso sedere tra i braccioli della sedia.  Posò la borsa sul tavolinetto a lato; sistemò la mela verde nel cassetto; tirò fuori i biscotti al cioccolato. Aprì l’agenda.

Dritto davanti a lei tre file ordinate di doppie scrivanie: a due a due i compagni di banco, lei la maestra. Una finestra luminosa al posto della lavagna. Ai lati due file di porte chiuse. Le sembrò d’essere lì, lì al suo posto, da secoli. Per un attimo non respirò.

Non lo faceva vedere, ma i cambiamenti, anche piccoli, le davano sempre una sensazione di disagio. Forse, rifletteva, s’era accomodata come in una poltrona sfondata in quello stupido lavoro.  Da ragazzina progettava il suo futuro: “Voglio fare l’università, magari matematica… Sono brava in matematica! ” diceva alle amiche “ E poi voglio insegnare… così starò sempre in mezzo ai giovani e non diventerò vecchia di testa come i miei… ”

Si era invece persa per strada. Non per il fatto che aveva iniziato presto a lavorare per aiutare la famiglia… Beh, non sapeva ancora perché. Era andata così.  A volte si sentiva un gigante, ma in verità… E sapeva benissimo cosa dicevano di lei le colleghe: “Chi si crede d’essere quella lì… in fondo è solo una centralinista… per di più zoppa!”

Quando squillò il telefono Irene stava temperando una matita. Era la sola a farlo ancora.  Concentrarsi sul movimento fluido e rotatorio delle mani la tranquillizzava.  Al quarto squillo si accorse del telefono. Appoggiò la matita, soffiò sul temperino e sollevò la cornetta.

La chiamata veniva dall’interno.

“ Siii… Sì,  non c’è problema.” disse “ Vengo subito.” E la sua figura imponente, quasi riempì il corridoio.

Indossava il solito completo di maglina scuro: pantaloni largoni e golfino in tinta.  Comodo come una divisa per chi odia perdere tempo in inezie. Una lunga sciarpa, nelle tonalità del rosso su fondo scuro, le dondolava dal collo per effetto del suo passo sbilenco e del busto proteso in avanti.

(la storia di Irene continua… )