Certo che lo puoi fare (2)

2. Settimanale – La storia di Irene (di Rossana Bacchella)


Zoppicando più del solito raggiunse il bancone della reception e lasciò andare il grosso sedere tra i braccioli della sedia.  Posò la borsa sul tavolinetto a lato; sistemò la mela verde nel cassetto; tirò fuori i biscotti al cioccolato. Aprì l’agenda.

Dritto davanti a lei tre file ordinate di doppie scrivanie: a due a due i compagni di banco, lei la maestra. Una finestra luminosa al posto della lavagna. Ai lati due file di porte chiuse. Le sembrò d’essere lì, lì al suo posto, da secoli. Per un attimo non respirò.

Non lo faceva vedere, ma i cambiamenti, anche piccoli, le davano sempre una sensazione di disagio. Forse, rifletteva, s’era accomodata come in una poltrona sfondata in quello stupido lavoro.  Da ragazzina progettava il suo futuro: “Voglio fare l’università, magari matematica… Sono brava in matematica! ” diceva alle amiche “ E poi voglio insegnare… così starò sempre in mezzo ai giovani e non diventerò vecchia di testa come i miei… ”

Si era invece persa per strada. Non per il fatto che aveva iniziato presto a lavorare per aiutare la famiglia… Beh, non sapeva ancora perché. Era andata così.  A volte si sentiva un gigante, ma in verità… E sapeva benissimo cosa dicevano di lei le colleghe: “Chi si crede d’essere quella lì… in fondo è solo una centralinista… per di più zoppa!”

Quando squillò il telefono Irene stava temperando una matita. Era la sola a farlo ancora.  Concentrarsi sul movimento fluido e rotatorio delle mani la tranquillizzava.  Al quarto squillo si accorse del telefono. Appoggiò la matita, soffiò sul temperino e sollevò la cornetta.

La chiamata veniva dall’interno.

“ Siii… Sì,  non c’è problema.” disse “ Vengo subito.” E la sua figura imponente, quasi riempì il corridoio.

Indossava il solito completo di maglina scuro: pantaloni largoni e golfino in tinta.  Comodo come una divisa per chi odia perdere tempo in inezie. Una lunga sciarpa, nelle tonalità del rosso su fondo scuro, le dondolava dal collo per effetto del suo passo sbilenco e del busto proteso in avanti.

(la storia di Irene continua… )

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