Certo che lo puoi fare (4)

4. Settimanale (ma sono in ritardo) – La storia di Irene (di Rossana Bacchella)

fidanzato

Irene uscì dall’ufficio col buio. Salì sulla piccola auto adattata. Si affidò agli automatismi consolidati delle sole dita delle mani per guidarla fino a casa. Neppure toccò le lasagne lasciate a scongelare dalla mattina: un traffico anarchico di immagini le scorreva nella testa.

Da qualche parte, nella città o nell’hinterland, c’erano altre case, dietro le tendine stirate c’erano le luci calde della cucina dove i colleghi cenavano. Nella villetta bifamiliare gialla, a pochi chilometri dall’ufficio, immaginava Susanna col marito. Lui le allungava i kleenex. Le sfiorava la spalla nuda sfuggita dalla vestaglia panterata.  “Insomma… non far così.” le diceva dolcemente “In fondo io ho ancora un buon lavoro.” Susanna si sarebbe del tutto consolata addormentandosi abbracciata alla sua bimba di due anni.

“Non è giusto! Non è giusto! NON E’ GIUSTOOOO!” ripetè Irene con stizza, mentre stava seduta sulla poltrona con poggiapiedi, davanti al televisore spento.

La poltrona era entrata in casa quando Andrea, cinque anni dopo la decisione di vivere con lei, se n’era uscito.

“… e si fa così e si fa cosà… devi controllare tutto… mica puoi farla andare come vuoi tu anche per gli altri! ”  le diceva esasperato “Un giorno mi rompo del tutto e… ”  Altri cinque anni precisi, precisi Irene aveva già passato sola in quella casa. Ma le era rimasto il tarlo.

Sì, Andrea se n’era andato per stare con una tutta fronzoli, che non lo criticava e non si lamentava mai. Forse… però… magari… con quella là il sesso non funzionava bene come con lei. Ricacciava subito il pensiero da dove era venuto. Stupida e ingenua era stata a berla quando lui le diceva che non era tanto importante avere il fisico da modella. Una volta le aveva perfino detto: “Irene, quando vai di fantasia mi fai proprio sballare!” la guardava dal basso,  metà viso affondato nel suo pube fulvo. “E… sai che faccio? Ora ti prendo un specchio così vedi come sei quando non fai la dura.”  Era venuta forse dopo la parte più difficile: fingere che non le mancasse tutto questo. Fu allora che, per la prima volta, le saettò per la testa l’idea.

(la storia di Irene continua… )

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