Certo che lo puoi fare (8)

8. La storia di Irene  (Rossana Bacchella)

finalissimo

Guidata da una sconosciuta forza interiore Irene si struccò,  si spogliò e cercò di concentrarsi di nuovo sulla sua immagine allo specchio. Tornò indietro ad accendere anche la luce centrale. Tremava sempre, ma voleva vederci chiaro.  Questa volta guardò. Guardò il viso tondo schizzato di lentiggini, i vivaci occhi verde muschio, i morbidi capelli ruggine, le braccia grosse, il petto che spariva tra rivoli di ciccia candida e morbida. Quella era lei.

Nuda, andò a stendersi sul divano. Si sitemò la cuffia. Tirò un respiro profondo e, col cuore che le picchiava in gola fino a strangolarla,  girò l’interruttore per attivare la linea erotica.

Il telefono squillò senza darle il tempo del secondo respiro.

(penultima puntata…)

Certo che lo puoi fare (7)

7. La storia di Irene  (Rossana Bacchella)

casa cena 2

Irene si addormentò tardi per svegliarsi molto presto in una domenica piovosa. Doveva essere pazza quando aveva deciso che sì, che avrebbe aperto anche la linea erotica. E ora le era impossibile trovare pace nel sonno o nella routine quotidiana. Scartò la passeggiata al mercatino dei fiori. La casa non era certo uno specchio, ma andava bene così. Sai che voglia! Tanto nessuno veniva mai a farle visita. Provò allora con la musica. Cercò tra i CD “Hotel California” degli Eagles: chitarre come campane e, alla fine, quel lungo tormentone che entrava diretto nelle orecchie liquido, fluido… e ti riempiva tutta la testa. Niente da fare. Una certa quiete inebetita era spesso interrota da inopportune sensazioni. Odiose sensazioni come quelle che aveva provato allo stomaco la sola volta che si era tuffata, molto tempo prima, da un trampolino di tre metri e mezzo. Ciondolò per casa tutto il giorno senza posa e senza meta. A un certo punto si ritrovò a fissare il telefono.

Ce la posso fare! Si disse, distraendo lo sguardo dal telefono.  Si alzò di scatto e, insolitamente spedita, andò a indossare la vestaglia nuova tutta nastri e piume. Si ficcò in bagno e si piantò davanti allo specchio.  Si vedeva solo dalla vita in su, ma poteva bastare. In fondo doveva solo impiastricciarsi la faccia con quella quantità di prodotti per trucco comprati il giorno prima. “Dunque… l’ombretto viola qui… ” disse. Continuò il rito. Disegnò una pesante riga nera appena sopra le ciglia. Ruotò con cura lo spazzolino per applicare il rimmel. Fece scivolare il rossetto rosso cupo fino a ingigantire le labbra… fu al momento del rossetto che le mani cominciarono a tremare.  Oddio! Quella caricatura davanti a lei poteva somigliare in qualche modo a una donna?  Si accorse che la vestaglia, di due taglie più piccola, la soffocava. No, così non va, pensò. E perché le veniva in mente Susanna? Doveva forse fingere d’essere un’altra per… per… Che vigliacca!

continua…

Un tempo non sapevo

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Un tempo non sapevo che il tempo non aspetta
lasciavo correr via i giorni e le notti luccicanti,
dalle mani a conca bevevo a grandi sorsi
quell’acqua che scorreva allegra o disperata,
ma sempre tumultuosa di vita e speranza.

Un tempo non sapevo che il tempo non aspetta
rimandavo di rincorrere i sogni, la pigrizia mi sussurrava,
domani, lo farai domani. Tanto, a comando, i muscoli
scattavano in recuperi veloci su ciò ch’era rimasto indietro.

Un tempo non sapevo di questo naviglio e
dell’illusione del suo andar lento. Solo a guardarlo ora
ferma sul ponte, capisco che è un’acquacheta e che
come il tempo non aspetta.

Rossana Bacchella (ispirata dal libro di racconti di Antonio Tabucchi “Il tempo non aspetta”)