A quelli che stan sospesi

Lunch atop a Skyscraper 1932Un po’ rozza, lo so, non ci ho pensato tanto. Lo farò in seguito.

A quelli che stan sospesi sta sul culo il natale
-meglio la rabbia o disperare?- sotto l’albero che
non c’è, non troveranno una dentiera, una
lettera d’assunzione a tutele crescenti o una
calda poltrona per il riposo post-prandiale.

Quelli che stan sospesi sperano, a volte,
d’inciampare nel bagliore di un
cent provvidenziale, nell’ora palindroma di un
orologio digitale; che nell’anno nuovo una
cattiva stella abbia un collasso gravitazionale.

Molti di loro, sopra tutto alla Befana si sono
affezionati. Amano come lei la notte che non ruba i
desideri e, di gran lunga, volare piuttosto che
strisciare, le “scarpe rotte eppur bisogna andare”
e scoprire che… anche il carbone si può zuccherare.

Rossana Bacchella

Raccolta Pubblica di Poesia

speak sick

Comunque è uscita la Terza Raccolta Pubblica di Poesia a cura del collettivo Tempi diVersi, illustrata da Simone Peracchi e graficata da Alessandro Zambon. Gli autori presenti sono Acquacheta • Agnes An • Damon Arabsolgar • Andrea Astolfi • Rossana Bacchella • Lorenzo Barberis • Daniele Biaggi • Adriano Caccia • Paolo Cerruto • Orazio Cerruto • Puccio Chiesa • Pietro Cifarelli • Nazim Comunale • Francesco Deiana • Alberto Dubito • Andrea Fabiani • Nicola Ferrari • Enzo Giannino • Nino Iacovella • Jacopo Grilli • Shirin Kaleghpoor • Andriy Kobylynets • Francesco Marabotti • Saverio Marra • Mithraglia • Mister Caos • Lema Mosca • Piero Negri • Antonio Paciello • Zoe Aselli Pellegrini • Francesca Pels • Alfonso Pierro • Barbara Pinchi • Davide Romagnoli • Tommaso Russi • Andrea Viecelli • Salvino Sagone • Azzurra Scattarella • ste-marta • Yzu Selly • Marco Tarantini •…

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By rossbacc Posted in POESIE

Certo che lo puoi fare (9)

9. La storia di Irene  (Rossana Bacchella)

Ultima puntata

finalissimo

Il telefono squillò senza darle il tempo del secondo respiro.
Ancora confusa disse: “Angelica, il mio nome è Angelica.”  Una inaspettata tranquillità seguì a quelle prime parole. All’altro capo la voce le sembrò molto giovane, insicura, impastata.
“Ti stai facendo una canna?” chiese Irene senza pensare.
“… co… co… comeee fai…” balbettò il giovane.
“Io ti vedo… e anche tu se vuoi puoi vedere me… ”
Non usò i clichè delle donne prefabbricate dal gestore. Gli mostrò la ragazza esuberante che era stata e che schizzava fuori dalle apparenze.  Descrisse la sontuosa biancheria intima che aveva sempre sognato d’indossare:
morbida seta color smeraldo da sfiorare,
“… rilassati, io sono qui, accanto a te sul letto… ”
reggiseno con velature di pizzo scuro che lasciava intravedere i chiari capezzoli,
“… e  ti accarezzo proprio… ”
coulotte brasiliane,
“… le tue mani sono le mie… ”

Attraverso quelle del giovane, le sue mani cominciarono a muoversi sulla pelle acerba e compatta dello sconosciuto.  Gli fecero sperimentare una geografia del corpo inesplorata. Parole in libertà gli cavarono desideri nascosti in angoli bui della mente. La voce non si limitò a far vibrare i timpani… strani suoni animali iniziarono a entrare dai buchini della cuffia. A un tratto, però, Irene distinse chiaramente un altro suono. Era il suo respiro: forte e affannato. Le sue mani ora percorrevano un’altra pelle, più mallebile, soffice, polposa. Percepiva il sangue percorrerle le vene, le gambe robuste e perfino i piedi scalchignati. Sentì tutto il corpo, lo stesso corpo che si portava dietro ogni giorno senza sentirlo. Quando anche il più flebile gemito terminò Irene scoppiò in una grassa risata che le sgorgava da dentro.

“…ma…perché ridi?” chiese il giovane sbigottito.
Irene non rispose.

Mica puoi farla andare sempre come vuoi tu!  Si disse sorridendo, ancora contagiata dallo stupore per ogni strato, ogni pezzo del suo corpo riconquistato. E, chissà perché, ricordò con tenerezza ciò che un giorno le aveva detto un’amica parlandole della nascita di suo figlio.

Ma certo! Solo ora intuiva cosa aveva cercato di farle capire.
“Pensa, Irene,” le aveva detto l’amica. “Mi avevano appena messo Luca sulla pancia, lo vedevo per a prima volta. Era lì, tutto rosso, col naso schiacciato, il viso tumefatto, un ciuffo di capelli nero, nero e ispido. E sai cosa mi chiede l’ostetrica?” s’era messa a ridere scuotendo la testa “ Mi chiede se mi piace. Se mi piace mio figlio!  Ma ti sembrano domande da fare? Quello era mio figlio. Va be’, una cosa normale, lo so che a questo mondo quasi tutti fanno figli, ma… per me era una cosa grande… proprio per  me. Era mio figlio, mio figlio e basta.”
“E tu cosa le hai detto?” le aveva chiesto Irene.
“Detto? Niente ho detto. Mi sono abbracciata a mio figlio e… stavo così bene.”

Irene tolse la cuffia, mise una coperta addosso, si girò sul fianco e chiuse gli occhi. Era certa che su quel divano avrebbe dormito alla grande fino a sera.

FINE