Certo che lo puoi fare (9)

9. La storia di Irene  (Rossana Bacchella)

Ultima puntata

finalissimo

Il telefono squillò senza darle il tempo del secondo respiro.
Ancora confusa disse: “Angelica, il mio nome è Angelica.”  Una inaspettata tranquillità seguì a quelle prime parole. All’altro capo la voce le sembrò molto giovane, insicura, impastata.
“Ti stai facendo una canna?” chiese Irene senza pensare.
“… co… co… comeee fai…” balbettò il giovane.
“Io ti vedo… e anche tu se vuoi puoi vedere me… ”
Non usò i clichè delle donne prefabbricate dal gestore. Gli mostrò la ragazza esuberante che era stata e che schizzava fuori dalle apparenze.  Descrisse la sontuosa biancheria intima che aveva sempre sognato d’indossare:
morbida seta color smeraldo da sfiorare,
“… rilassati, io sono qui, accanto a te sul letto… ”
reggiseno con velature di pizzo scuro che lasciava intravedere i chiari capezzoli,
“… e  ti accarezzo proprio… ”
coulotte brasiliane,
“… le tue mani sono le mie… ”

Attraverso quelle del giovane, le sue mani cominciarono a muoversi sulla pelle acerba e compatta dello sconosciuto.  Gli fecero sperimentare una geografia del corpo inesplorata. Parole in libertà gli cavarono desideri nascosti in angoli bui della mente. La voce non si limitò a far vibrare i timpani… strani suoni animali iniziarono a entrare dai buchini della cuffia. A un tratto, però, Irene distinse chiaramente un altro suono. Era il suo respiro: forte e affannato. Le sue mani ora percorrevano un’altra pelle, più mallebile, soffice, polposa. Percepiva il sangue percorrerle le vene, le gambe robuste e perfino i piedi scalchignati. Sentì tutto il corpo, lo stesso corpo che si portava dietro ogni giorno senza sentirlo. Quando anche il più flebile gemito terminò Irene scoppiò in una grassa risata che le sgorgava da dentro.

“…ma…perché ridi?” chiese il giovane sbigottito.
Irene non rispose.

Mica puoi farla andare sempre come vuoi tu!  Si disse sorridendo, ancora contagiata dallo stupore per ogni strato, ogni pezzo del suo corpo riconquistato. E, chissà perché, ricordò con tenerezza ciò che un giorno le aveva detto un’amica parlandole della nascita di suo figlio.

Ma certo! Solo ora intuiva cosa aveva cercato di farle capire.
“Pensa, Irene,” le aveva detto l’amica. “Mi avevano appena messo Luca sulla pancia, lo vedevo per a prima volta. Era lì, tutto rosso, col naso schiacciato, il viso tumefatto, un ciuffo di capelli nero, nero e ispido. E sai cosa mi chiede l’ostetrica?” s’era messa a ridere scuotendo la testa “ Mi chiede se mi piace. Se mi piace mio figlio!  Ma ti sembrano domande da fare? Quello era mio figlio. Va be’, una cosa normale, lo so che a questo mondo quasi tutti fanno figli, ma… per me era una cosa grande… proprio per  me. Era mio figlio, mio figlio e basta.”
“E tu cosa le hai detto?” le aveva chiesto Irene.
“Detto? Niente ho detto. Mi sono abbracciata a mio figlio e… stavo così bene.”

Irene tolse la cuffia, mise una coperta addosso, si girò sul fianco e chiuse gli occhi. Era certa che su quel divano avrebbe dormito alla grande fino a sera.

FINE

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