Non mi affeziono all’oggetto…

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Non mi affeziono all’oggetto,
che sia nero, lucente o perfetto
che sia d’alta tecnologia
o un ricordo di casa mia.

“Un insolito distacco
non sa mettere radici
stramba, rozza, fa l‘estrosa
è trasandata con la casa.”

Anche zingara mi hanno detto.
Che sia questo il mio difetto?
Eh sì, la mia dimora d’elezione
è ogni posto in cui sto bene.

Sui trent’anni ci ho provato a dar retta a un’amica:

“Per il frigo è meglio Frecchio,
per la cucina scegli Pacchio,
per il tessuto del divano
vai senz’altro da Zigano.“

Cercai di riparare al mio peccato
ma il mio sguardo ipnotizzato
dai led di una lampada Ikea
mi fece scordare ogni sua idea.

Poi una notte… il ricordo mi ha turbata
della pienezza -mai più provata –
in quella squallida casa popolare
dove tele e lavatrice potevano mancare

ho dato allora una gran sbuffata
sul libro mi sono concentrata
e nel viaggio mi sono imbarcata.

Ecco il libro,
per il viaggio, non per l’oggetto,
è il mio compagno perfetto.

@RossanaBacchella

Tre movimenti per Colonia

capelli rossi

Dal fondo dei millenni
familiari e bestiali tentacoli di disprezzo
hanno sporcato il nostro corpo,
cercato d’infilare la nostra libertà
nel sacco nero della paura;
con pretese di dominio o protezione,
hanno piantato le loro bandiere
senza chiedere il permesso.

Volti chiari o visi scuri
teste rasate o benpensanti
divinità vessatorie o benevole
legulei o scranni influenti
spargono, il loro testosterone
come acido sulle nostre radici;
e ogni qual volta scriviamo un rigo di storia,
si alleano per cancellarlo
come fosse gesso su una lavagna
e non inciso sulla pelle.

Da un fiume di acque scure
mi sforzo di salvare la gioia
dell’Eros, la coscienza allargata
che dalle profondità vola alto
e si unisce al respiro del cosmo.
Sgomente del potere della dea creatrice
che ogni donna nasconde
minuscole statue senza piedistallo
sono in marcia per schiacciare
teste dai folti capelli rossi.

Rossana Bacchella

A quelli che stan sospesi

Lunch atop a Skyscraper 1932Un po’ rozza, lo so, non ci ho pensato tanto. Lo farò in seguito.

A quelli che stan sospesi sta sul culo il natale
-meglio la rabbia o disperare?- sotto l’albero che
non c’è, non troveranno una dentiera, una
lettera d’assunzione a tutele crescenti o una
calda poltrona per il riposo post-prandiale.

Quelli che stan sospesi sperano, a volte,
d’inciampare nel bagliore di un
cent provvidenziale, nell’ora palindroma di un
orologio digitale; che nell’anno nuovo una
cattiva stella abbia un collasso gravitazionale.

Molti di loro, sopra tutto alla Befana si sono
affezionati. Amano come lei la notte che non ruba i
desideri e, di gran lunga, volare piuttosto che
strisciare, le “scarpe rotte eppur bisogna andare”
e scoprire che… anche il carbone si può zuccherare.

Rossana Bacchella

Raccolta Pubblica di Poesia

speak sick

Comunque è uscita la Terza Raccolta Pubblica di Poesia a cura del collettivo Tempi diVersi, illustrata da Simone Peracchi e graficata da Alessandro Zambon. Gli autori presenti sono Acquacheta • Agnes An • Damon Arabsolgar • Andrea Astolfi • Rossana Bacchella • Lorenzo Barberis • Daniele Biaggi • Adriano Caccia • Paolo Cerruto • Orazio Cerruto • Puccio Chiesa • Pietro Cifarelli • Nazim Comunale • Francesco Deiana • Alberto Dubito • Andrea Fabiani • Nicola Ferrari • Enzo Giannino • Nino Iacovella • Jacopo Grilli • Shirin Kaleghpoor • Andriy Kobylynets • Francesco Marabotti • Saverio Marra • Mithraglia • Mister Caos • Lema Mosca • Piero Negri • Antonio Paciello • Zoe Aselli Pellegrini • Francesca Pels • Alfonso Pierro • Barbara Pinchi • Davide Romagnoli • Tommaso Russi • Andrea Viecelli • Salvino Sagone • Azzurra Scattarella • ste-marta • Yzu Selly • Marco Tarantini •…

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By rossbacc Posted in POESIE

Un tempo non sapevo

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Un tempo non sapevo che il tempo non aspetta
lasciavo correr via i giorni e le notti luccicanti,
dalle mani a conca bevevo a grandi sorsi
quell’acqua che scorreva allegra o disperata,
ma sempre tumultuosa di vita e speranza.

Un tempo non sapevo che il tempo non aspetta
rimandavo di rincorrere i sogni, la pigrizia mi sussurrava,
domani, lo farai domani. Tanto, a comando, i muscoli
scattavano in recuperi veloci su ciò ch’era rimasto indietro.

Un tempo non sapevo di questo naviglio e
dell’illusione del suo andar lento. Solo a guardarlo ora
ferma sul ponte, capisco che è un’acquacheta e che
come il tempo non aspetta.

Rossana Bacchella (ispirata dal libro di racconti di Antonio Tabucchi “Il tempo non aspetta”)

Vedi e basta


capita di cadere
in ciò che credevi intollerabile,
moscerino sulla pera marcia del fallimento o
schiantato contro il parabrezza dell’impossibile
vedi rosso,
vedi nero,
il grigio ti offusca per un tempo indefinito
e poi…
un giorno
gli occhi si aprono:
vedi e basta!

Rossana Bacchella

Milano al profumo di tiglio

viale notte

Ti amo Milano,
di un amore malsano.

Informe ragazza di periferia
col cinema in prima visione
e mille luci ingombranti, ho saziato
la misera sacca della mia fantasia.

Solo per te, Milano ammaliante.

Tra marmo forgiato da antichi picconi
ho sfiorato la folla di fabbriche e scuole
nel vento bandiere di mille colori
e passo leggero di futuro e illusione.

Solo per te, Milano delle speranze.

Mentre ai margini dei tuoi confini vendevi
sorrisi succhiando la vita da piccoli fori
in terrazze strapiene di gente compravo
sagaci parole servite in coppe colme di niente.

Solo per te, Milano seducente.

Con passo spavaldo sui miei tacchi a spillo
mi son vendicata , violando,
di un centro svuotato dalla paura
l’asfalto disciolto dal torrido inganno.

Solo per te, odiata Milano tremante.

Ormai immagazzino solo gelo fetente
illusioni marcite di viaggi e carriere
da merce che ero divento zavorra
l’edonista sfrenata s’è ormai rassegnata, ma…
nel vuoto di senso
di ogni pace stonata
stanotte mi coglie alle spalle
portato da brezza leggera
intenso il profumo di tiglio.
Son sola con te qui nel viale
stordita
tu zitta
in attesa.
Lo so,
mi hai fregata…
e ancora facciamo l’amore
ma giuro…
che è l’ultima volta.

Rossana Bacchella

La cava

Cava 4

Sembra impossibile che a soli 3 km. da Milano ci sia questo.

LA CAVA

Accoglienza di piccole foglie
che sfrigolano come soffritto
nell’olio del vento
e sfumano e tacciono e scortano
in alto il mio scarso obiettivo
sul volo d’airone che s’alza maestoso.

Chino, il ramo di Robinia
protegge un frammento d’acqua
-innaturale vetro torbido e amico-
e consegna al fotografo,
al pittore,
all’uomo che guarda e che vede
un colore di fresco inventato
prima che il sole
-compiendo il suo giro coatto-
l’abbia tramutato.

Libellule rosse
piccoli elicotteri di pace
volano bassi in linee spezzate,
s’accompagnano in tandem a forma di cuore,
s’allontanano, si ritrovano in due,
vecchio o nuovo compagno?
Che fa? Si tengon per mano.

Due carpe presidiano i miei piedi
invasori nell’acqua,
avanti e indietro si danno il saluto
al mio centro, ma
prima, là in mezzo
giocavan coi cerchi
a chi li farebbe più grandi
e più duraturi,
un tempo misurato in secondi.

Straniera in tanta bellezza
di cava che lambisce Milano,
osservo, ascolto, tocco, odoro,
ma queste non sono che briciole
di un infimo mondo e
come carta assorbente nel mare
io, grata, mi tolgo la sete.

Consola la terra
che l’uomo ha svuotato
con macchine e strazio e rumore
e l’uomo ridona a chi
rinnovando il suo seme
nel lungo,
e tuttavia finito tempo,
resta.

(Il Boscaccio – Bonirola)

Rossana Bacchella

Primavera: un punto di vista.

alberi-antichi-in fiore

Nella squallida casa dai mille inquilini-prigionieri
mendicata dal fondo di un abisso senza tana
tutto è difficile e sono indispettita.

Al particolare stridore del traffico di periferia e
a strepitanti bambine rosa e viola
fan da megafono le prime finestre spalancate.

Son tutti indaffarati a godersi
il tepore anzitempo di questa primavera
che non arrivava mai a lenire le ossa doloranti.

Spiavo dai vetri sozzi da pianterreno
-vi laverò col sole, intanto promettevo-
il cortile benedetto da alberi scaltri
che già sapevano
mentre io, timida, ancora indugiavo.

Ho aspettato e ancor più temuto
il lavorio incalzante scandito da segreti rituali

la frenesia acquattata nel sangue
di nuovo spalanca le porte

la pelle dormiente sotto coltri di gelo
cede alle lusinghe del sole

il corpo supino vibra
col lieve trambusto della terra

ancora una volta
smentita la quieta abitudine del vivere
violenta il lievito della speranza nel cerchio senza fine.

Rossana Bacchella

Dalla panchina della disoccupata: ottimismo dal passato

tramonto_specchiettoretrovisore

Ho visto un tramonto incredibile
dalla mia SIMCA d’impiegata:
era un tramonto sulla savana
su un bosco di betulle
su un’autostrada americana.

Esploso senza luogo né tempo
è entrato in uno come malinconia
come gioia in un altro,
in noi come saggia follia.

Era lì
unico e universale
brama d’incompiuto
vittoria sull’impossibile
tutta la poesia che hai dentro

la rivoluzione in un solo momento.

Rossana Bacchella

Dalla panchina della disoccupata un po’ di ottimismo


Nulla stona
in questo giorno di
pura primavera in gennaio.

La nostra stella sparpaglia di
bianchi raggi il cielo laggiù,
e uno le scappa a inargentare
un’antenna solitaria.

Accucciata sopra la palla da calcio
la mamma parla al suo bimbo
con gesti e parole
a pari altezza
occhi negli occhi sorridono.

Dall’albero che solletica
l’onesto azzurro
col suo grande delta,
foglie ocra s’involano,
come unico stormo,
allo schioccare della dita del vento
… e le mie paure con loro.

Il sacchetto nero di plastica
s’è arrampicato per
nascondersi tra i rami,
a riscatto della sua vergogna
scorta lo sguardo sul candido
suo simile che,
aquilone senza fili,
gioca d’azzardo là in alto
… sempre più in alto.

Urla dalla periferia

periferia

Gli scontri tra poveri dalle PERIFERIE delle grandi città, la disperazione degli uni e degli altri, mi hanno ricordato le parole di un fante sugli assalti alla baionetta durante la Grande Guerra : “…eravamo belve feroci tra le belve feroci…” .

Dalla periferia piena di urla diverse che abito.

Se l’urlo scoppia improvviso
è un grido d’aiuto che stava
in fondo al mare del lutto
è il dolore che nessuno
ascolta silente e pacato,
aiuto chiedo dalla pancia
di un inutile sussulto,
ha vagato nelle nebbie
per tanto tempo in sordina…
eppure ancora mi ripeto
“non posso tramutarmi in bestia.”

Non urlo contro di te
urlo nel buio
cerco un’eco
a cui aggrapparmi
per continuare a sentire
e non abbandonare la speranza,
le sconfitte pesano
e inutile è la lotta
in solitudine
contro forze schiaccianti e invisibili,
s’insinuano lente nel tempo
e logorano
come guerra di trincea
dove non si vede la fine,
ogni giorno è una nuova
impercettibile caduta, un passo che
porta più vicini al fondo
dove incontri la belva che
ancora non conoscevi
la guardi dritta negli occhi
e cerchi la forza di urlarle:
“non posso tramutarmi in bestia!”

RB

Lezione di buon senso


Che conforto sarebbe
un dio da pregare!
Non importa quale,
basta sia quello che
a sua immagine e somiglianza ci ha creato
e non la nostra imperfetta proiezione.
Non importa il suo nome,
basta un dio da pregare
come un potente magnanimo
per eccesso di potenza
raggiunta con metodi onesti.

Che sia questo, Dio?
Un un potente che
non chiede mazzette
e non
un padre-padrone o padrino
che prima punisce,
poi tende la mano,
ma ancora stai lì rannicchiato e
non sai se la mano alzata
sarà carezza o schiaffo.

Un potente può tutto su di te.

Questa la lezione
di buon senso
di un dio proiettato
o introiettato che sia?
La stessa lezione di Giove
a Ulisse e Prometeo:
tu sei l’acaro
che a volte si crede dio.

Prendo la lezione,
ma ancora non imparo a pregare i potenti.

Sopra tutti i potenti


Chiedo a te,
cristiano o
buddista o
mussulmano o
ebreo,
si può imparare la fede
in un qualsiasi dio?

Colui che cura il cancro,
ti smagrisce in dieci giorni,
ti scolpisce un corpo da Apollo,
ti fa arrivare a fine mese e
vincere un terno al lotto.
Quello che inventa occhi grandi
per guardare il dolore,
ti salva dalla pazzia e
dai (pre)potenti e,
al posto tuo,
protegge i fiumi,
gli alberi del pianeta e
gli animali in estinzione…

Dico a te,
che credi in una preghiera a un
potente
sopra tutti i potenti,
insegnami quella preghiera
che non ho mai detto e
renda dolce il mio sorriso e
faccia battere il sasso che ho nel petto,
e non bruci le ali di Icaro.

Tristezza

donna triste

All’improvviso avvinghia come
morbida ragnatela,
un fluido magnetico
cava energie e
languidamente innamora.

Un solo palpito di ciglia
scioglierebbe le briglie
a mille gocce di pianto, ma
impalpabile rete di
indefinibili sensazioni
si fa nemica potente e irreale.

Sapessi maneggiarla
concretizzarla
sfiorarla con le mani della mente
l’avrei in pugno
potrei dominarla
schedarla
archiviarla.

Intrecciata con le mie stesse cellule
plagia
rapisce
accompagna in cantoni cupi
nell’estremo raggio di ghiaccio
dove scalpita l’urlo infrattato nel dolore.

1979