Quando un bambino piangeva. Rapide considerazioni sul nuovo romanzo di Aldo Nove

La poesia e lo spirito

Aldo Nove
di Guido Michelone

Un bambino piangeva, il nuovo romanzo di Aldo Nove è, come spesso gli accade, di natura autobiografica, poiché tratta le vicende dell’autore bambino, inframmezzate da antiche mitologie sarde, esemplificabili, a loro volta, nella figura di un altro fanciullo di nome Saltaro.

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Certo che lo puoi fare (1)

inizio

1. La storia di Irene (di Rossana Bacchella)

Irene attraversò costringendo la donna sul SUV nero a inchiodare.  Come tutti i grassi era un po’ lenta, in special modo sulle strisce pedonali.
Non guardò i germogli sparati dalla betulla protesa sul vialetto del palazzo uffici B6 e andò dritta all’ascensore.
Spalle allo specchio, mentre pigiava il bottone irto di puntini brail che le solleticavano il polpastrello,  previde il prevedibile.
Oltre la pesante porta a vetri i colleghi riuniti attorno all’area break, l’avrebbero salutata distrattamente. Susanna, la segretaria del primo piano, si sarebbe accarezzata i capelli: era sua abitudine sollevare i riccioli mogano dal collo verso la nuca con le mani morbide, morbide. Piegava leggermente la testa a lato e sorrideva  grata e con malizia al mondo intero.   
“Che voglia!” pensò Irene.
Uscì sul pianerottolo. Spinse la pesante porta a vetri. Vide i colleghi  affollati  attorno all’area break e si bloccò. Non per evitarli, ma per disorientamento.
Susanna avvolgeva nervosamente un ricciolo della frangia attorno all’indice. Il magazziniere non aveva fatto ancora la solita battuta del cazzo. La segretaria di direzione si mischiava alla plebaglia. Al centro dell’assembramento c’era il rappresentante sindacale.

Dopo la vendita della multinazionale americana per cui lavoravano a una sconosciuta ditta italiana, erano tutti fuori giri. Movimenti concitati dei capi dal primo al quinto piano e poi dal quinto ancora al primo. “Avranno già la lista?” mormorava qualcuno. “Ma che lista e lista, come sei catastrofico!” lo zittiva sempre uno impiccato in una cravatta blu con minuscoli cavalli gialli imbizzarriti.  Certo, nessuno di loro avrebbe visto la lista, ma la e-mail aziendale parlava chiaro: “… L’avv. Bellotti annuncia l’intenzione di chiedere l’apertura della procedura di mobilità per un massimo di centocinquanta persone… ciò permetterà all’Azienda di sgravarsi di una buona parte dei costi in tempi rapidi…” e le solite palle in legalese.
“Ma cos’è esattamente questa mobilità?”  chiese Irene con noncuranza.
“Più o meno vuol dire che ti licenziano.” disse il magazziniere  “A me mi è già capitato. Un sabato mattina ho ricevuto un telegramma. Quelli che il telegramma non l’avevano ricevuto, dal lunedì non mi hanno più visto. Fine della storia.”
Irene da tempo non sapeva incazzarsi. Le sue mani erano già ferme, lo sguardo tranquillo e assente, ma le venne una gran voglia di sedersi.

(la storia di Irene continua… )

Milano al profumo di tiglio

viale notte

Ti amo Milano,
di un amore malsano.

Informe ragazza di periferia
col cinema in prima visione
e mille luci ingombranti, ho saziato
la misera sacca della mia fantasia.

Solo per te, Milano ammaliante.

Tra marmo forgiato da antichi picconi
ho sfiorato la folla di fabbriche e scuole
nel vento bandiere di mille colori
e passo leggero di futuro e illusione.

Solo per te, Milano delle speranze.

Mentre ai margini dei tuoi confini vendevi
sorrisi succhiando la vita da piccoli fori
in terrazze strapiene di gente compravo
sagaci parole servite in coppe colme di niente.

Solo per te, Milano seducente.

Con passo spavaldo sui miei tacchi a spillo
mi son vendicata , violando,
di un centro svuotato dalla paura
l’asfalto disciolto dal torrido inganno.

Solo per te, odiata Milano tremante.

Ormai immagazzino solo gelo fetente
illusioni marcite di viaggi e carriere
da merce che ero divento zavorra
l’edonista sfrenata s’è ormai rassegnata, ma…
nel vuoto di senso
di ogni pace stonata
stanotte mi coglie alle spalle
portato da brezza leggera
intenso il profumo di tiglio.
Son sola con te qui nel viale
stordita
tu zitta
in attesa.
Lo so,
mi hai fregata…
e ancora facciamo l’amore
ma giuro…
che è l’ultima volta.

Rossana Bacchella

La cava

Cava 4

Sembra impossibile che a soli 3 km. da Milano ci sia questo.

LA CAVA

Accoglienza di piccole foglie
che sfrigolano come soffritto
nell’olio del vento
e sfumano e tacciono e scortano
in alto il mio scarso obiettivo
sul volo d’airone che s’alza maestoso.

Chino, il ramo di Robinia
protegge un frammento d’acqua
-innaturale vetro torbido e amico-
e consegna al fotografo,
al pittore,
all’uomo che guarda e che vede
un colore di fresco inventato
prima che il sole
-compiendo il suo giro coatto-
l’abbia tramutato.

Libellule rosse
piccoli elicotteri di pace
volano bassi in linee spezzate,
s’accompagnano in tandem a forma di cuore,
s’allontanano, si ritrovano in due,
vecchio o nuovo compagno?
Che fa? Si tengon per mano.

Due carpe presidiano i miei piedi
invasori nell’acqua,
avanti e indietro si danno il saluto
al mio centro, ma
prima, là in mezzo
giocavan coi cerchi
a chi li farebbe più grandi
e più duraturi,
un tempo misurato in secondi.

Straniera in tanta bellezza
di cava che lambisce Milano,
osservo, ascolto, tocco, odoro,
ma queste non sono che briciole
di un infimo mondo e
come carta assorbente nel mare
io, grata, mi tolgo la sete.

Consola la terra
che l’uomo ha svuotato
con macchine e strazio e rumore
e l’uomo ridona a chi
rinnovando il suo seme
nel lungo,
e tuttavia finito tempo,
resta.

(Il Boscaccio – Bonirola)

Rossana Bacchella

Primavera: un punto di vista.

alberi-antichi-in fiore

Nella squallida casa dai mille inquilini-prigionieri
mendicata dal fondo di un abisso senza tana
tutto è difficile e sono indispettita.

Al particolare stridore del traffico di periferia e
a strepitanti bambine rosa e viola
fan da megafono le prime finestre spalancate.

Son tutti indaffarati a godersi
il tepore anzitempo di questa primavera
che non arrivava mai a lenire le ossa doloranti.

Spiavo dai vetri sozzi da pianterreno
-vi laverò col sole, intanto promettevo-
il cortile benedetto da alberi scaltri
che già sapevano
mentre io, timida, ancora indugiavo.

Ho aspettato e ancor più temuto
il lavorio incalzante scandito da segreti rituali

la frenesia acquattata nel sangue
di nuovo spalanca le porte

la pelle dormiente sotto coltri di gelo
cede alle lusinghe del sole

il corpo supino vibra
col lieve trambusto della terra

ancora una volta
smentita la quieta abitudine del vivere
violenta il lievito della speranza nel cerchio senza fine.

Rossana Bacchella

Juan Gelman – Pioggia

Narragonia Express - Il blog di Milton Fernàndez

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Piove oggi, piove molto,
come se stessero lavando il mondo
il mio vicino di casa guarda la pioggia
e pensa di scrivere una lettera d’amore/
una lettera d’amore alla donna che vive con luì
e gli cucina e gli lava i vestiti e fa l’amore con lui
e assomiglia alla sua ombra/
il mio vicino non dice mai parole d’amore alla sua donna/
entra in casa dalla finestra e non dalla porta/
da una porta si entra in tanti posti/
al lavoro, in caserma, in carcere, in tutti i palazzi del mondo/
ma non nel mondo/
né in una donna/ né nell’anima/
voglio dire/ in quel cassetto o nave o pioggia che chiamiamo così/
come oggi/che piove molto/
e fatico a scrivere la parola amore/
perché l’amore è una cosa e la parola amore un’altra cosa/
e solo l’anima sa dove entrambi s’incontrano/
e quando/ e come/
ma l’anima cosa…

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Dalla panchina della disoccupata: ottimismo dal passato

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Ho visto un tramonto incredibile
dalla mia SIMCA d’impiegata:
era un tramonto sulla savana
su un bosco di betulle
su un’autostrada americana.

Esploso senza luogo né tempo
è entrato in uno come malinconia
come gioia in un altro,
in noi come saggia follia.

Era lì
unico e universale
brama d’incompiuto
vittoria sull’impossibile
tutta la poesia che hai dentro

la rivoluzione in un solo momento.

Rossana Bacchella

Dalla panchina della disoccupata un po’ di ottimismo


Nulla stona
in questo giorno di
pura primavera in gennaio.

La nostra stella sparpaglia di
bianchi raggi il cielo laggiù,
e uno le scappa a inargentare
un’antenna solitaria.

Accucciata sopra la palla da calcio
la mamma parla al suo bimbo
con gesti e parole
a pari altezza
occhi negli occhi sorridono.

Dall’albero che solletica
l’onesto azzurro
col suo grande delta,
foglie ocra s’involano,
come unico stormo,
allo schioccare della dita del vento
… e le mie paure con loro.

Il sacchetto nero di plastica
s’è arrampicato per
nascondersi tra i rami,
a riscatto della sua vergogna
scorta lo sguardo sul candido
suo simile che,
aquilone senza fili,
gioca d’azzardo là in alto
… sempre più in alto.

Supplica a mia madre


È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.

Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

Ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.

Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

(Pier Paolo Pasolini)

Yo soy; simplemente soy…


“Me importa una mierda lo que piense el mundo. Yo nací puta, yo nací pintora, yo nací jodida. Pero fui feliz en mi camino. Tú no entiendes lo que soy. Yo soy amor, soy placer, soy esencia, soy una idiota, soy una alcohólica, soy tenaz. Yo soy; simplemente soy… Eres una mierda.”

— Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderón, una carta nunca entregada a Diego Rivera

“Non mi importa un cazzo di quello che pensa il mondo. Io sono nata puttana, io sono nata pittrice, io sono nata fottuta. Ma sono stata felice lungo il mio cammino. Tu non capisci quello che sono. Io sono amore, sono piacere, sono essenza, sono un’idiota, sono un’alcolizzata, sono tenace. Yo sono; semplicecemente sono… sei una merda.”

— Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderón, una lettera mai invitata a Diego Rivera
Traduzione Rossana Bacchella

Istanti


Se io potessi vivere un’altra volta la mia vita
nella prossima cercherei di fare più errori
non cercherei di essere tanto perfetto,
mi negherei di più,
sarei meno serio di quanto sono stato,
difatti prenderei pochissime cose sul serio.
Sarei meno igienico,
correrei più rischi,
farei più viaggi,
guarderei più tramonti,
salirei più montagne,
nuoterei più fiumi,
andrei in posti dove mai sono andato,
mangerei più gelati e meno fave,
avrei più problemi reali e meno immaginari.
Io sono stato una di quelle persone che ha vissuto sensatamente
e precisamente ogni minuto della sua vita;
certo che ho avuto momenti di gioia
ma se potessi tornare indietro cercherei di avere soltanto buoni momenti.
Nel caso non lo sappiate, di quello è fatta la vita,
solo di momenti, non ti perdere l’oggi.
Io ero uno di quelli che mai andava in nessun posto senza un termometro,
una borsa d’acqua calda, un ombrello e un paracadute;
se potessi vivere di nuovo comincerei ad andare scalzo all’inizio della primavera
e continuerei così fino alla fine dell’autunno.
Farei più giri nella carrozzella,
guarderei più albe e giocherei di più con i bambini,
se avessi un’altra volta la vita davanti.
Ma guardate, ho 85 anni e so che sto morendo.

Jorge Luis Borges

Urla dalla periferia

periferia

Gli scontri tra poveri dalle PERIFERIE delle grandi città, la disperazione degli uni e degli altri, mi hanno ricordato le parole di un fante sugli assalti alla baionetta durante la Grande Guerra : “…eravamo belve feroci tra le belve feroci…” .

Dalla periferia piena di urla diverse che abito.

Se l’urlo scoppia improvviso
è un grido d’aiuto che stava
in fondo al mare del lutto
è il dolore che nessuno
ascolta silente e pacato,
aiuto chiedo dalla pancia
di un inutile sussulto,
ha vagato nelle nebbie
per tanto tempo in sordina…
eppure ancora mi ripeto
“non posso tramutarmi in bestia.”

Non urlo contro di te
urlo nel buio
cerco un’eco
a cui aggrapparmi
per continuare a sentire
e non abbandonare la speranza,
le sconfitte pesano
e inutile è la lotta
in solitudine
contro forze schiaccianti e invisibili,
s’insinuano lente nel tempo
e logorano
come guerra di trincea
dove non si vede la fine,
ogni giorno è una nuova
impercettibile caduta, un passo che
porta più vicini al fondo
dove incontri la belva che
ancora non conoscevi
la guardi dritta negli occhi
e cerchi la forza di urlarle:
“non posso tramutarmi in bestia!”

RB

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari


Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti,
ed io non dissi niente, perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me,
e non c’era rimasto nessuno a protestare.

Bertold Brecht