A quelli che stan sospesi

Lunch atop a Skyscraper 1932Un po’ rozza, lo so, non ci ho pensato tanto. Lo farò in seguito.

A quelli che stan sospesi sta sul culo il natale
-meglio la rabbia o disperare?- sotto l’albero che
non c’è, non troveranno una dentiera, una
lettera d’assunzione a tutele crescenti o una
calda poltrona per il riposo post-prandiale.

Quelli che stan sospesi sperano, a volte,
d’inciampare nel bagliore di un
cent provvidenziale, nell’ora palindroma di un
orologio digitale; che nell’anno nuovo una
cattiva stella abbia un collasso gravitazionale.

Molti di loro, sopra tutto alla Befana si sono
affezionati. Amano come lei la notte che non ruba i
desideri e, di gran lunga, volare piuttosto che
strisciare, le “scarpe rotte eppur bisogna andare”
e scoprire che… anche il carbone si può zuccherare.

Rossana Bacchella

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Certo che lo puoi fare (9)

9. La storia di Irene  (Rossana Bacchella)

Ultima puntata

finalissimo

Il telefono squillò senza darle il tempo del secondo respiro.
Ancora confusa disse: “Angelica, il mio nome è Angelica.”  Una inaspettata tranquillità seguì a quelle prime parole. All’altro capo la voce le sembrò molto giovane, insicura, impastata.
“Ti stai facendo una canna?” chiese Irene senza pensare.
“… co… co… comeee fai…” balbettò il giovane.
“Io ti vedo… e anche tu se vuoi puoi vedere me… ”
Non usò i clichè delle donne prefabbricate dal gestore. Gli mostrò la ragazza esuberante che era stata e che schizzava fuori dalle apparenze.  Descrisse la sontuosa biancheria intima che aveva sempre sognato d’indossare:
morbida seta color smeraldo da sfiorare,
“… rilassati, io sono qui, accanto a te sul letto… ”
reggiseno con velature di pizzo scuro che lasciava intravedere i chiari capezzoli,
“… e  ti accarezzo proprio… ”
coulotte brasiliane,
“… le tue mani sono le mie… ”

Attraverso quelle del giovane, le sue mani cominciarono a muoversi sulla pelle acerba e compatta dello sconosciuto.  Gli fecero sperimentare una geografia del corpo inesplorata. Parole in libertà gli cavarono desideri nascosti in angoli bui della mente. La voce non si limitò a far vibrare i timpani… strani suoni animali iniziarono a entrare dai buchini della cuffia. A un tratto, però, Irene distinse chiaramente un altro suono. Era il suo respiro: forte e affannato. Le sue mani ora percorrevano un’altra pelle, più mallebile, soffice, polposa. Percepiva il sangue percorrerle le vene, le gambe robuste e perfino i piedi scalchignati. Sentì tutto il corpo, lo stesso corpo che si portava dietro ogni giorno senza sentirlo. Quando anche il più flebile gemito terminò Irene scoppiò in una grassa risata che le sgorgava da dentro.

“…ma…perché ridi?” chiese il giovane sbigottito.
Irene non rispose.

Mica puoi farla andare sempre come vuoi tu!  Si disse sorridendo, ancora contagiata dallo stupore per ogni strato, ogni pezzo del suo corpo riconquistato. E, chissà perché, ricordò con tenerezza ciò che un giorno le aveva detto un’amica parlandole della nascita di suo figlio.

Ma certo! Solo ora intuiva cosa aveva cercato di farle capire.
“Pensa, Irene,” le aveva detto l’amica. “Mi avevano appena messo Luca sulla pancia, lo vedevo per a prima volta. Era lì, tutto rosso, col naso schiacciato, il viso tumefatto, un ciuffo di capelli nero, nero e ispido. E sai cosa mi chiede l’ostetrica?” s’era messa a ridere scuotendo la testa “ Mi chiede se mi piace. Se mi piace mio figlio!  Ma ti sembrano domande da fare? Quello era mio figlio. Va be’, una cosa normale, lo so che a questo mondo quasi tutti fanno figli, ma… per me era una cosa grande… proprio per  me. Era mio figlio, mio figlio e basta.”
“E tu cosa le hai detto?” le aveva chiesto Irene.
“Detto? Niente ho detto. Mi sono abbracciata a mio figlio e… stavo così bene.”

Irene tolse la cuffia, mise una coperta addosso, si girò sul fianco e chiuse gli occhi. Era certa che su quel divano avrebbe dormito alla grande fino a sera.

FINE

Certo che lo puoi fare (8)

8. La storia di Irene  (Rossana Bacchella)

finalissimo

Guidata da una sconosciuta forza interiore Irene si struccò,  si spogliò e cercò di concentrarsi di nuovo sulla sua immagine allo specchio. Tornò indietro ad accendere anche la luce centrale. Tremava sempre, ma voleva vederci chiaro.  Questa volta guardò. Guardò il viso tondo schizzato di lentiggini, i vivaci occhi verde muschio, i morbidi capelli ruggine, le braccia grosse, il petto che spariva tra rivoli di ciccia candida e morbida. Quella era lei.

Nuda, andò a stendersi sul divano. Si sitemò la cuffia. Tirò un respiro profondo e, col cuore che le picchiava in gola fino a strangolarla,  girò l’interruttore per attivare la linea erotica.

Il telefono squillò senza darle il tempo del secondo respiro.

(penultima puntata…)

Certo che lo puoi fare (7)

7. La storia di Irene  (Rossana Bacchella)

casa cena 2

Irene si addormentò tardi per svegliarsi molto presto in una domenica piovosa. Doveva essere pazza quando aveva deciso che sì, che avrebbe aperto anche la linea erotica. E ora le era impossibile trovare pace nel sonno o nella routine quotidiana. Scartò la passeggiata al mercatino dei fiori. La casa non era certo uno specchio, ma andava bene così. Sai che voglia! Tanto nessuno veniva mai a farle visita. Provò allora con la musica. Cercò tra i CD “Hotel California” degli Eagles: chitarre come campane e, alla fine, quel lungo tormentone che entrava diretto nelle orecchie liquido, fluido… e ti riempiva tutta la testa. Niente da fare. Una certa quiete inebetita era spesso interrota da inopportune sensazioni. Odiose sensazioni come quelle che aveva provato allo stomaco la sola volta che si era tuffata, molto tempo prima, da un trampolino di tre metri e mezzo. Ciondolò per casa tutto il giorno senza posa e senza meta. A un certo punto si ritrovò a fissare il telefono.

Ce la posso fare! Si disse, distraendo lo sguardo dal telefono.  Si alzò di scatto e, insolitamente spedita, andò a indossare la vestaglia nuova tutta nastri e piume. Si ficcò in bagno e si piantò davanti allo specchio.  Si vedeva solo dalla vita in su, ma poteva bastare. In fondo doveva solo impiastricciarsi la faccia con quella quantità di prodotti per trucco comprati il giorno prima. “Dunque… l’ombretto viola qui… ” disse. Continuò il rito. Disegnò una pesante riga nera appena sopra le ciglia. Ruotò con cura lo spazzolino per applicare il rimmel. Fece scivolare il rossetto rosso cupo fino a ingigantire le labbra… fu al momento del rossetto che le mani cominciarono a tremare.  Oddio! Quella caricatura davanti a lei poteva somigliare in qualche modo a una donna?  Si accorse che la vestaglia, di due taglie più piccola, la soffocava. No, così non va, pensò. E perché le veniva in mente Susanna? Doveva forse fingere d’essere un’altra per… per… Che vigliacca!

continua…

Certo che lo puoi fare (6)

6. La storia di Irene  (Rossana Bacchella)

botero adame ed eva

Il mattino dopo, il sabato, le arrivò il telegramma. Non lo aprì nemmeno, tanto sapeva cosa c’era scritto. Lo appallottolò  e lo butto nel cestino della carta. Gliela faccio vedere io, la zavorra!  Disse con disprezzo.
D’istinto sollevò il ricevitore del telefono e disegnò a memoria sulla tastiera il numero del centro di cartomanzia.
“Sono Irene,” disse con voce ferma. “mi passi il capo, per favore?”
“Guido è per te.” urlò la centralinista.
Dopo alcuni secondi di una musichetta stucchevole, Irene sentì la voce maschile  e formulò concisa la sua richiesta.
“Certo che lo puoi fare!” Rispose convinto Guido.
Il suo tono si fece serio e lei non poté non pensare a quanto fosse surreale.
“Ho sempre creduto che potevi avere successo con la linea erotica . Ricordi,  te l’avevo già proposto?”
Con una vocina tutta tremolante lei gli rispose:”No, ah forse sì, non so… non me lo ricordavo.”
“Va be’, comunque tu non ti devi preoccupare. Ti daremo una serie di frasi già belle che fatte e poi… è solo questione di fantasia. All’inizio devi capire la psicologia del cliente… quello che ha in testa… che gli piace insomma. Capisci?”
Irene annuì, gli occhi sbarrati. Per fortuna lui non poteva vederla!
“Lo so che adesso ti sembra difficile, ma con quella voce da ragazzina angelica, farai una marea di clienti. Irene… anzi Angelica. Ecco come ti chiamerai! Mi hai sentito?”
Irene diede un leggero colpo di tosse. “Certo che ho sentito.” Tentò un tono professionale. Ma non sapeva quale fosse adatto alla situazione.
“…e va tutto bene?” domandò Guido.
“Sì,sì, tutto… a posto.”
“Benissimo, allora ti invio il contratto da firmare via mail. L’attrezzatura è la stessa che stai usando per cartomanzia e telefono amico. Ti manca solo il codice d’accesso per la linea erotica.” L’uomo sospirò sul microfono. “Sarà un successone, vedrai…” Fece una pausa, forse si aspettava che Irene dicesse qualcosa. “Allora, buon lavoro… Angelica!”
“ Gra… grazie! .” Fu tutto quello che lei riuscì a mormorare.

Quando Irene sentì il click del ricevitore respirò a pieni polmoni. Forse Angelica avrebbe fatto di meglio, pensò.

(continua… )

Certo che lo puoi fare (5)

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5. La storia di Irene (di Rossana Bacchella)

Sì, Andrea se n’era andato per stare con una tutta fronzoli, che non lo criticava e non si lamentava mai. Forse… però… magari… con quella là il sesso non funzionava bene come con lei. Ricacciava subito il pensiero da dove era venuto. Stupida e ingenua era stata a berla quando le diceva che non era tanto importante avere il fisico da modella. Una volta le aveva confessato: “Irene, quando vai di fantasia mi fai proprio sballare!” la guardava dal basso,  metà viso affondato nel suo pube fulvo. “E… sai che faccio? Ora ti prendo un specchio così vedi come sei quando non fai la dura.”  Era venuta forse dopo la parte più difficile: fingere che non le mancasse tutto questo. Fu allora che, per la prima volta, le saettò per la testa l’idea.

Una frazione di secondo dopo, quell’idea,  già lasciava il posto a una domanda: “Ma quand’è che hai pianto per l’ultima volta, eh, Irene?” Non le riusciva di ricordarlo. Ormai da tempo il suo motto era: “Farsi compatire, mai e poi mai!”  E ora non ricordava neppure l’ultima volta che aveva pianto… “Al diavolo anche il centro di cartomanzia e intrattenimento!” disse tra i singhiozzi. “Stasera non si lavora!” Piangeva, rideva e piangeva ripensando alle parole della pubblicità: “Chiama per dare una svolta alla tua vita e tornare ad essere quello che eri un tempo, consulta i Tarocchi, sono il mezzo per ritrovare la fiducia in voi stessi e tornare ad essere padroni della vostra vita.

(la storia di Irene continua… )

Certo che lo puoi fare (4)

4. Settimanale (ma sono in ritardo) – La storia di Irene (di Rossana Bacchella)

fidanzato

Irene uscì dall’ufficio col buio. Salì sulla piccola auto adattata. Si affidò agli automatismi consolidati delle sole dita delle mani per guidarla fino a casa. Neppure toccò le lasagne lasciate a scongelare dalla mattina: un traffico anarchico di immagini le scorreva nella testa.

Da qualche parte, nella città o nell’hinterland, c’erano altre case, dietro le tendine stirate c’erano le luci calde della cucina dove i colleghi cenavano. Nella villetta bifamiliare gialla, a pochi chilometri dall’ufficio, immaginava Susanna col marito. Lui le allungava i kleenex. Le sfiorava la spalla nuda sfuggita dalla vestaglia panterata.  “Insomma… non far così.” le diceva dolcemente “In fondo io ho ancora un buon lavoro.” Susanna si sarebbe del tutto consolata addormentandosi abbracciata alla sua bimba di due anni.

“Non è giusto! Non è giusto! NON E’ GIUSTOOOO!” ripetè Irene con stizza, mentre stava seduta sulla poltrona con poggiapiedi, davanti al televisore spento.

La poltrona era entrata in casa quando Andrea, cinque anni dopo la decisione di vivere con lei, se n’era uscito.

“… e si fa così e si fa cosà… devi controllare tutto… mica puoi farla andare come vuoi tu anche per gli altri! ”  le diceva esasperato “Un giorno mi rompo del tutto e… ”  Altri cinque anni precisi, precisi Irene aveva già passato sola in quella casa. Ma le era rimasto il tarlo.

Sì, Andrea se n’era andato per stare con una tutta fronzoli, che non lo criticava e non si lamentava mai. Forse… però… magari… con quella là il sesso non funzionava bene come con lei. Ricacciava subito il pensiero da dove era venuto. Stupida e ingenua era stata a berla quando lui le diceva che non era tanto importante avere il fisico da modella. Una volta le aveva perfino detto: “Irene, quando vai di fantasia mi fai proprio sballare!” la guardava dal basso,  metà viso affondato nel suo pube fulvo. “E… sai che faccio? Ora ti prendo un specchio così vedi come sei quando non fai la dura.”  Era venuta forse dopo la parte più difficile: fingere che non le mancasse tutto questo. Fu allora che, per la prima volta, le saettò per la testa l’idea.

(la storia di Irene continua… )

Certo che lo puoi fare (3)

col capo


3. Settimanale – La storia di Irene (di Rossana Bacchella)

Irene trovò la porta dell’ufficio aperta. Il capo vagava con lo sguardo basso sulle carte sparse sulla scrivania “Siediti, per favore” indicò un punto davanti a lui con la Mont Blanc nera “e… chiudi la porta.”   Obbediente Irene si mise a  sedere: in punta di sedia.

“Quanti anni sono che ci conosciamo Irene?” le chiese senza aspettarsi una risposta. Tutti e due sapevano che erano più di vent’anni.

“ …lo so, lo so che sei una categoria protetta (1), per questo ho voluto vederti prima…” a quelle parole Irene sentì la nuca andarle in fiamme.

“…con la nuova gestione qui è tutto cambiato… ma parlare di zavorra, beh,  pare anche a me un po’ troppo…”  fu l’ultima cosa che Irene sentì.

Di quel colloquio non le rimase quasi nulla, tranne un ronzio della mente e una parola che la spingeva a muovere la testa avanti e indietro, avanti e indietro:  “zavorra… zavorra… nient’altro che zavorra.”

A disinnescare quella condizione da pugile suonato fu Susanna. Le schioccò un enorme bacio sulla guancia dicendo con enfasi: “Guarda che è sincero!”  e via di corsa a timbrare l’uscita dal lavoro. Irene strabuzzò gli occhi. Poi capì.

Quella mattina,  dopo aver letto la famosa e-mail, Susanna era apparsa, tutta sconvolta, al bancone della reception. Sentiva gli spilli nelle braccia. La testa le girava. Le si bloccava il fiato “proprio qui… ” e indicava un punto scoperto sulla riga delineata da due enormi tette.

“Respira profondamente, “ le aveva detto Irene mettendole una mano sulla pancia”  devi arrivare col respiro fino alla mia mano… respira con calma e guardami negli occhi.”

A far sparire tremori vari era poi bastato parlarle.  Facile per Irene. Già lo faceva per il centro di cartomanzia per cui lavorarava. Ci dedicava qualche ora la sera,  così, tanto per arrotondare lo stipendio.

I tarocchi  di solito li chiedevano le donne, volevano sapere del loro amore. Spesso era una voce angosciata “Oddio che devo fare?” oppure “Il mio amante se n’è andato… ”  Allora Irene leggeva le carte senza guardarle. Capiva il problema e diceva cose di buon senso. Semplicemente.

(la storia di Irene continua… )

Certo che lo puoi fare (2)

2. Settimanale – La storia di Irene (di Rossana Bacchella)


Zoppicando più del solito raggiunse il bancone della reception e lasciò andare il grosso sedere tra i braccioli della sedia.  Posò la borsa sul tavolinetto a lato; sistemò la mela verde nel cassetto; tirò fuori i biscotti al cioccolato. Aprì l’agenda.

Dritto davanti a lei tre file ordinate di doppie scrivanie: a due a due i compagni di banco, lei la maestra. Una finestra luminosa al posto della lavagna. Ai lati due file di porte chiuse. Le sembrò d’essere lì, lì al suo posto, da secoli. Per un attimo non respirò.

Non lo faceva vedere, ma i cambiamenti, anche piccoli, le davano sempre una sensazione di disagio. Forse, rifletteva, s’era accomodata come in una poltrona sfondata in quello stupido lavoro.  Da ragazzina progettava il suo futuro: “Voglio fare l’università, magari matematica… Sono brava in matematica! ” diceva alle amiche “ E poi voglio insegnare… così starò sempre in mezzo ai giovani e non diventerò vecchia di testa come i miei… ”

Si era invece persa per strada. Non per il fatto che aveva iniziato presto a lavorare per aiutare la famiglia… Beh, non sapeva ancora perché. Era andata così.  A volte si sentiva un gigante, ma in verità… E sapeva benissimo cosa dicevano di lei le colleghe: “Chi si crede d’essere quella lì… in fondo è solo una centralinista… per di più zoppa!”

Quando squillò il telefono Irene stava temperando una matita. Era la sola a farlo ancora.  Concentrarsi sul movimento fluido e rotatorio delle mani la tranquillizzava.  Al quarto squillo si accorse del telefono. Appoggiò la matita, soffiò sul temperino e sollevò la cornetta.

La chiamata veniva dall’interno.

“ Siii… Sì,  non c’è problema.” disse “ Vengo subito.” E la sua figura imponente, quasi riempì il corridoio.

Indossava il solito completo di maglina scuro: pantaloni largoni e golfino in tinta.  Comodo come una divisa per chi odia perdere tempo in inezie. Una lunga sciarpa, nelle tonalità del rosso su fondo scuro, le dondolava dal collo per effetto del suo passo sbilenco e del busto proteso in avanti.

(la storia di Irene continua… )

Vedi e basta


capita di cadere
in ciò che credevi intollerabile,
moscerino sulla pera marcia del fallimento o
schiantato contro il parabrezza dell’impossibile
vedi rosso,
vedi nero,
il grigio ti offusca per un tempo indefinito
e poi…
un giorno
gli occhi si aprono:
vedi e basta!

Rossana Bacchella

Certo che lo puoi fare (1)

inizio

1. La storia di Irene (di Rossana Bacchella)

Irene attraversò costringendo la donna sul SUV nero a inchiodare.  Come tutti i grassi era un po’ lenta, in special modo sulle strisce pedonali.
Non guardò i germogli sparati dalla betulla protesa sul vialetto del palazzo uffici B6 e andò dritta all’ascensore.
Spalle allo specchio, mentre pigiava il bottone irto di puntini brail che le solleticavano il polpastrello,  previde il prevedibile.
Oltre la pesante porta a vetri i colleghi riuniti attorno all’area break, l’avrebbero salutata distrattamente. Susanna, la segretaria del primo piano, si sarebbe accarezzata i capelli: era sua abitudine sollevare i riccioli mogano dal collo verso la nuca con le mani morbide, morbide. Piegava leggermente la testa a lato e sorrideva  grata e con malizia al mondo intero.   
“Che voglia!” pensò Irene.
Uscì sul pianerottolo. Spinse la pesante porta a vetri. Vide i colleghi  affollati  attorno all’area break e si bloccò. Non per evitarli, ma per disorientamento.
Susanna avvolgeva nervosamente un ricciolo della frangia attorno all’indice. Il magazziniere non aveva fatto ancora la solita battuta del cazzo. La segretaria di direzione si mischiava alla plebaglia. Al centro dell’assembramento c’era il rappresentante sindacale.

Dopo la vendita della multinazionale americana per cui lavoravano a una sconosciuta ditta italiana, erano tutti fuori giri. Movimenti concitati dei capi dal primo al quinto piano e poi dal quinto ancora al primo. “Avranno già la lista?” mormorava qualcuno. “Ma che lista e lista, come sei catastrofico!” lo zittiva sempre uno impiccato in una cravatta blu con minuscoli cavalli gialli imbizzarriti.  Certo, nessuno di loro avrebbe visto la lista, ma la e-mail aziendale parlava chiaro: “… L’avv. Bellotti annuncia l’intenzione di chiedere l’apertura della procedura di mobilità per un massimo di centocinquanta persone… ciò permetterà all’Azienda di sgravarsi di una buona parte dei costi in tempi rapidi…” e le solite palle in legalese.
“Ma cos’è esattamente questa mobilità?”  chiese Irene con noncuranza.
“Più o meno vuol dire che ti licenziano.” disse il magazziniere  “A me mi è già capitato. Un sabato mattina ho ricevuto un telegramma. Quelli che il telegramma non l’avevano ricevuto, dal lunedì non mi hanno più visto. Fine della storia.”
Irene da tempo non sapeva incazzarsi. Le sue mani erano già ferme, lo sguardo tranquillo e assente, ma le venne una gran voglia di sedersi.

(la storia di Irene continua… )

Primavera: un punto di vista.

alberi-antichi-in fiore

Nella squallida casa dai mille inquilini-prigionieri
mendicata dal fondo di un abisso senza tana
tutto è difficile e sono indispettita.

Al particolare stridore del traffico di periferia e
a strepitanti bambine rosa e viola
fan da megafono le prime finestre spalancate.

Son tutti indaffarati a godersi
il tepore anzitempo di questa primavera
che non arrivava mai a lenire le ossa doloranti.

Spiavo dai vetri sozzi da pianterreno
-vi laverò col sole, intanto promettevo-
il cortile benedetto da alberi scaltri
che già sapevano
mentre io, timida, ancora indugiavo.

Ho aspettato e ancor più temuto
il lavorio incalzante scandito da segreti rituali

la frenesia acquattata nel sangue
di nuovo spalanca le porte

la pelle dormiente sotto coltri di gelo
cede alle lusinghe del sole

il corpo supino vibra
col lieve trambusto della terra

ancora una volta
smentita la quieta abitudine del vivere
violenta il lievito della speranza nel cerchio senza fine.

Rossana Bacchella

Il 1° maggio di una disoccupata


Oggi, 1° maggio 2014, festeggio la lettera di licenziamento datata 30 aprile. Mi hanno chiamata zavorra forse qualcuno ora mi chiamerà parassita. Ma che cazzo vogliono da me?

Alla mia mamma piaceva il posto fisso. “L’informatica è il mestiere del futuro.” Mi ha detto. “Non te ne pentirai!” Son finita tra numeri, tastiere, banche e scrivanie. Non era il mio sogno, ma il lavoro lo facevo bene. Anche la più stupida cosa, se ben fatta, un po’ di soddisfazione la dà. Per farmelo pacere di più mi sono dedicata alla difesa della cause perse. Difendere i diritti dei lavorati, da tempo, è solo questo. Che ci posso fare? Ho sempre avuto un debole per i più deboli! Doctor’s is in c’era scritto su un foglio A4 ripiegato in tre e appoggiato sulla mia scrivania. E io ero Lucy.

Oggi, 1° maggio, dopo anni a tirar la cinghia e nove mesi di cassa integrazione, sono ufficialmente zavorra. A causa degli anni contati, non di quelli che mostravo nel lavoro. Sono finta in discarica e poi… e poi basta, mi sono detta. Dapprima mi sentivo in colpa per le mie figlie. Niente Master, niente vacanze, niente vitello o scarpe nuove… Solo libri concedevo.

Poi ho pensato. Se la caveranno come è stato per i miei nonni con la prima guerra. Come è capitato ai miei genitori col nazifascismo e una seconda guerra. La terza guerra è loro. E nostra. Alle spalle non abbiamo la cultura della Resistenza e l’impeto della ricostruzione. Difficile dopo vent’anni di sfascio. Tempi di magra. E allora? Riduzione di costi! Io sono il governo, il presidente del consiglio e il ministro dell’economia. Così ci siamo tolti i vizi, gli sprechi e ciò che c’era in più di quanto si potesse desiderare. Anzi non è rimasto più niente attaccato. Giusto l’essenziale. Anche i desideri sono cambiati. L’emozione di realizzarne uno piccolo è salita alle stelle. E a me rimane tutto il tempo, tanto e irregolare, per fare quel che ho sempre sognato.

Le mie figlie non avranno eredità in denaro. A loro andrà il seme della resistenza che mi passò mio padre assieme quello delle lotte operaie e studentesche e della creatività della mia generazione.  So che sono ben piantati nel loro terreno. Ne uscirà una pianta nuova. Ma ancora nessuno di noi la sa immaginare.

Rossana Bacchella

Panchine di periferia

Panchina da Luigi

Notizie dalla panchina della disoccupata
Stupisce il silenzio di periferia,
confonde il panorama, cornice
al verde spazio esploso in soli tre giorni,
con stormire di abbondanti chiome al vento,
profumo d’erba tagliata,
brillare di turgidi verdi.
Di qua un abbraccio lucente,
vitreo e appena spuntato, di monumenti
al lavoro per mille e mille impiegati,
per lo più da domani disoccupati.
Di là, miseri e sporchi,
d’un rosso mattone crudele,
fan da confine
mille balconi di case popolari,
fioriti soltanto d’antenne intercontinentali.
Stupisce la pace che posso provare.
In barba alla spesa che dovrei fare,
ai vetri sporchi da lavare,
al bilancio di casa che non so far tornare
e per via del lavoro che mi sta per lasciare.

Stupisce ogni cosa
rivista dal fondo che non vuoi cadere.

Panchina del prossimo giorno
Hamed ha per letto la panchina accanto al drago verde.
Sale e pepe i capelli e i baffi.
La pelle è cartone scuro impolverato.
Nel sole già caldo d’aprile, il giaccone imbottito
spiega l’inverno di ostili notti
per chi ha per tetto il cielo di periferia.
Cammina, ginocchi piegati,
con spalle rinchiuse sul petto.
Là dentro c’è il cuore, nemico del gelo.
Assorbe il caldo del giorno che serve alla prossima notte.
Nell’azzurro sacchetto di plastica spessa,
si porta la casa.
Ci tiene l’armadio, la dispensa, le note calde e lontane.
E il sapone da barba per la sua dignità.
Ci sarà una foto di bimbo da guardare al calore del sole?

Panchina romanzo d’amore
La nostra panchina Grazia a Daniele
Perché so che lei,
e non lui,
l’ha presa per casa precoce?
Lo saprete anche voi,
dal romanzo d’amore nei graffi del suo temperino.
Daniele + Grazia – Noi… solo noi
Hai preso un pezzo di me…
Sei indelebile per me… qualunque cosa accada
Se non ci 6 ti aspetto – torna dai
Le tue mani, le tue braccia, i tuoi occhi mi mancano…
Sei il mio ricordo migliore. Averti accanto è stata la cosa + bella!
Daniele sei mio, cogno!

Non pollice su tasti di cellulare
per scordare,
ma graffiti incisi per restare.
Almeno una stagione.

Panchina Poltrona di casa
Anna camicia-a-fiori, di maggio ha per poltrona
la panchina mezza sole e mezza ombra.
Le mani scivolavano, come onda leggera,
sull’orlo dell’abito estivo da accorciare.
Ma quando il gelo punge le dita,
la sua poltrona ha, dietro i capelli candidi,
giochi d’uncinetto del colore del tè.
Di quadratini di lana riusata,
accostati con ritmi inventatati,
è la coperta sulle fredde ginocchia.
Sotto il lume acceso, misero sostituto del sole,
le mani sferruzzano un minuscolo golfino azzurro.
Unica compagnia:
il tintinnio cadenzato di ferri da lana.

Panchina bagni di sole
Non porta l’ombrellone Mario
su questa verde spiaggia inventata.
Solo corti pantaloncini
del colore della carta dove
il droghiere metteva lo zucchero un tempo.
Gambe secche come la creta
nudo busto e braccia inchiodate
al ruvido legno della panchina,
sotto una maschera di bronzo,
con puntiglio ripassa le note
della radiolina attaccata all’orecchio.
Non muove le labbra.
E non sorride.

Panchina con tromba
Il riflesso del sole attrae gli occhi sulla tromba d’oro.
Amedeo suona due note sole: LA FA,LA FA, LA FA…
in piedi, gambe larghe in una regale Y capovolta,
dalla vita in su è proteso al cielo.
È sull’erba, dietro una panchina-confine col mondo.
Grigi i calzoni, il gilet
arabescato balugina nel sole tardivo.
Solo LA FA,LA FA, LA FA…
a casa protesta il vicino, la madre non ha più pazienza.
Al parchetto l’han relegato e all’aria specchiata
consegna i suoi suoni: LA FA,LA FA, LA FA…
Curiosa gli passo di fianco: LA FA,LA FA, LA FA…
e allora sorpasso spedita,
poi un dubbio mi coglie.
Di scatto calpesto a ritroso i miei passi.
Sorrido sicura e la cerco.
Ed ecco la trova,
la sua terza nota.

Notizie dalla panchina disoccupata
L’inverno quest’anno non viene.
S’è impigrito dietro
la staccionata dell’autunno,
ha telegrafato agli alberi di spogliarsi
e quelli l’han fatto obbedienti.
Ma l’erba -permalosa- attende
la viva presenza per smettere il verde.
Il mio letargo, imposto dalla crisi
che m’ha cassata,
si popola di inquieti sogni,
illusioni di produttiva meditazione
s’infrangono e
mi chiedo se,
dietro il gelo che non trova la via,
s’è messa in coda la primavera.
E se non avesse pazienza?

Il puzzolente
e nero
cane di un altro
poggia il suo muso bavoso sul mio grembo.
L’accarezzo
aspetto l’inverno
e so
che non avrò paura.

Rossana Bacchella