Urla dalla periferia

periferia

Gli scontri tra poveri dalle PERIFERIE delle grandi città, la disperazione degli uni e degli altri, mi hanno ricordato le parole di un fante sugli assalti alla baionetta durante la Grande Guerra : “…eravamo belve feroci tra le belve feroci…” .

Dalla periferia piena di urla diverse che abito.

Se l’urlo scoppia improvviso
è un grido d’aiuto che stava
in fondo al mare del lutto
è il dolore che nessuno
ascolta silente e pacato,
aiuto chiedo dalla pancia
di un inutile sussulto,
ha vagato nelle nebbie
per tanto tempo in sordina…
eppure ancora mi ripeto
“non posso tramutarmi in bestia.”

Non urlo contro di te
urlo nel buio
cerco un’eco
a cui aggrapparmi
per continuare a sentire
e non abbandonare la speranza,
le sconfitte pesano
e inutile è la lotta
in solitudine
contro forze schiaccianti e invisibili,
s’insinuano lente nel tempo
e logorano
come guerra di trincea
dove non si vede la fine,
ogni giorno è una nuova
impercettibile caduta, un passo che
porta più vicini al fondo
dove incontri la belva che
ancora non conoscevi
la guardi dritta negli occhi
e cerchi la forza di urlarle:
“non posso tramutarmi in bestia!”

RB

Partigiano della pace



Ho patito la guerra

nell’anima e sin quasi
nella carne: mi serra
lo stomaco e la gola
la morte per fuoco che cola
su Baghdad degli innocenti
l’urlo dei superstiti
intorno al mercato sventrato
il sorriso rubato
falciato dei bambini
che ora hanno moncherini
al posto della braccia.
Di pietà non c’è traccia
per la bellezza di ieri
per gli angeli dei Sumeri
per i libri scritti alle origini
su Gilgamesh e su Noè.
Contano i generali
i danni collaterali.
Morti lasciati alle mosche,
piccoli uccisi a un check-point,
bare che tornano a casa
avvolte dalle bandiere.
Poi arriveranno calme
le petroliere?

Giuseppe Conte

La guerra senza fine


SABRA E SHATILA (settembre 1982)

Mutandine stese così piccole al sole,
lo stesso orrore di montagne di macerie
e cadaveri di Haddad,
mercenario con cinque punte sulla sua “buona” stella.

Il terrore,
carnefice travestito da vittima,
mostra impunemente al mondo
il petto ricoperto di medaglie da guerra.

Stelle rosse sventolano
nell’aria vergognosa che non potrete più respirare,
carcasse umane, esuli chiamati terroristi
per l‘illusione d’uno scampolo di terra
dove coltivare la vita.

Quella terra ora è vostra,
sopra di voi
attorno a voi
dentro di voi
materia unica coi vostri corpi
nell’unica pace che chiede vendetta.

Terra,
terra esigente e barbara quella
bagnata col sangue
per scrivere al mondo il nome del terrore.

Sarajevo vent’anni dopo – Il cecchino di Sarajevo


Il cecchino di Sarajevo

Sceglievo dal colore della maglia,
rosso vita,
giallo morte.
Ero grande lassù:
verde morte,
blu vita.
Inutile cambiare maglia,
ero Giove con le mie saette.

Ora sono un pezzente
come allora e…
come l’uomo dalla maglia blu
che lasciai vivere
per il capriccio di un Dio.
Il Dio dei Pezzenti.

Rossana Bacchella

Sarajevo vent’anni dopo – Lei insegna la pace


Lei insegna la pace

Ecco il muro,
ancora quei fori da cui
son scappato.
Li mostro a mio figlio,
vissuto lontano dal luogo-ricordo
d’orrore che mi visita
ancora la notte,
quando sono distratto,
mentre parlo al telefono
o guardo in viso mia moglie.
Lei insegna la pace a
generazioni future,
ma non parla dei buchi
rimasti sulla nostra vecchia casa.

Rossana Bacchella

Sarajevo vent’anni dopo – Le nuove rose di Sarajevo


Le nuove rose di Sarajevo

Sarajevo brucia
brucia il palazzo del potere
e bruciano cicatrici
vive, vent’anni dopo,
per gli echi della guerra.

Ma non vanno gattoni,
i figli della guerra,
a cercar riparo dietro
un muro,
un container,
un tram,
non strisciano
nascosti da sacchi di sabbia.

Stanno in piedi, dritti,
persone normali,
non bosniaci, serbi o croati
solo uomini e donne
un unico abbraccio nella stessa rabbia.

In mezzo a loro, mia figlia.

Incontrerà, nella piazza,
il figlio dell’uomo,
che al tempo del Tunnel (nero)
mi ha violato?

Col fratello di sangue
urlerà le stesse parole?
Lo guarderà? Gli sorriderà?

Io li vedo, nello stesso sguardo alto
su minareti, campanili e cupole che
si guardano, si studiano, si scrutano
ma non si odiano.

Rossana Bacchella

Il 1° maggio di una disoccupata


Oggi, 1° maggio 2014, festeggio la lettera di licenziamento datata 30 aprile. Mi hanno chiamata zavorra forse qualcuno ora mi chiamerà parassita. Ma che cazzo vogliono da me?

Alla mia mamma piaceva il posto fisso. “L’informatica è il mestiere del futuro.” Mi ha detto. “Non te ne pentirai!” Son finita tra numeri, tastiere, banche e scrivanie. Non era il mio sogno, ma il lavoro lo facevo bene. Anche la più stupida cosa, se ben fatta, un po’ di soddisfazione la dà. Per farmelo pacere di più mi sono dedicata alla difesa della cause perse. Difendere i diritti dei lavorati, da tempo, è solo questo. Che ci posso fare? Ho sempre avuto un debole per i più deboli! Doctor’s is in c’era scritto su un foglio A4 ripiegato in tre e appoggiato sulla mia scrivania. E io ero Lucy.

Oggi, 1° maggio, dopo anni a tirar la cinghia e nove mesi di cassa integrazione, sono ufficialmente zavorra. A causa degli anni contati, non di quelli che mostravo nel lavoro. Sono finta in discarica e poi… e poi basta, mi sono detta. Dapprima mi sentivo in colpa per le mie figlie. Niente Master, niente vacanze, niente vitello o scarpe nuove… Solo libri concedevo.

Poi ho pensato. Se la caveranno come è stato per i miei nonni con la prima guerra. Come è capitato ai miei genitori col nazifascismo e una seconda guerra. La terza guerra è loro. E nostra. Alle spalle non abbiamo la cultura della Resistenza e l’impeto della ricostruzione. Difficile dopo vent’anni di sfascio. Tempi di magra. E allora? Riduzione di costi! Io sono il governo, il presidente del consiglio e il ministro dell’economia. Così ci siamo tolti i vizi, gli sprechi e ciò che c’era in più di quanto si potesse desiderare. Anzi non è rimasto più niente attaccato. Giusto l’essenziale. Anche i desideri sono cambiati. L’emozione di realizzarne uno piccolo è salita alle stelle. E a me rimane tutto il tempo, tanto e irregolare, per fare quel che ho sempre sognato.

Le mie figlie non avranno eredità in denaro. A loro andrà il seme della resistenza che mi passò mio padre assieme quello delle lotte operaie e studentesche e della creatività della mia generazione.  So che sono ben piantati nel loro terreno. Ne uscirà una pianta nuova. Ma ancora nessuno di noi la sa immaginare.

Rossana Bacchella