La ballata della discesa



In ufficio si ride al caffè:
chi sta peggio di me?
Diventa una gara, 
tra il serio e il faceto:
chi perde il lavoro
chi vende il suo oro
chi ha incerta la casa 
che non può pagare
mio dio ti ringrazio 
c’io la casa popolare.

In mezzo ai giardini,
ci son sempre bambini
MAUROOOOOO, MAUROOOOO
se sputi il signore, 
t’accatti un ceffone
MAUROOOOOO, MAUROOOOO
c’è pronta la cena
mi fai sempre urlare
mica siamo al mercato rionale.

Secondo piano: la disinfezione
ci son mille nidi di scarrafone
dello storpio è la casa
ci fa il ciabattino
ma inquieto è spesso più d’un bambino
cavallo pazzo è il suo soprannome  
e tutti spaventa col suo vocione
e corre di qua e corre di là
la zeppa di legno sintonizza il suo trotto
fa pianger la piccola
e penso che è troppo.

Ma il TROPPO ancor più lontano si fa
e un giorno al mercato rivedi le priorità:
ti senti un signore a comprar la verdura
se l’occhio ti cade sulla quella vecchina
che cara la paga a rovistar nella spazzatura.

Rossana Bacchella

Il 1° maggio di una disoccupata


Oggi, 1° maggio 2014, festeggio la lettera di licenziamento datata 30 aprile. Mi hanno chiamata zavorra forse qualcuno ora mi chiamerà parassita. Ma che cazzo vogliono da me?

Alla mia mamma piaceva il posto fisso. “L’informatica è il mestiere del futuro.” Mi ha detto. “Non te ne pentirai!” Son finita tra numeri, tastiere, banche e scrivanie. Non era il mio sogno, ma il lavoro lo facevo bene. Anche la più stupida cosa, se ben fatta, un po’ di soddisfazione la dà. Per farmelo pacere di più mi sono dedicata alla difesa della cause perse. Difendere i diritti dei lavorati, da tempo, è solo questo. Che ci posso fare? Ho sempre avuto un debole per i più deboli! Doctor’s is in c’era scritto su un foglio A4 ripiegato in tre e appoggiato sulla mia scrivania. E io ero Lucy.

Oggi, 1° maggio, dopo anni a tirar la cinghia e nove mesi di cassa integrazione, sono ufficialmente zavorra. A causa degli anni contati, non di quelli che mostravo nel lavoro. Sono finta in discarica e poi… e poi basta, mi sono detta. Dapprima mi sentivo in colpa per le mie figlie. Niente Master, niente vacanze, niente vitello o scarpe nuove… Solo libri concedevo.

Poi ho pensato. Se la caveranno come è stato per i miei nonni con la prima guerra. Come è capitato ai miei genitori col nazifascismo e una seconda guerra. La terza guerra è loro. E nostra. Alle spalle non abbiamo la cultura della Resistenza e l’impeto della ricostruzione. Difficile dopo vent’anni di sfascio. Tempi di magra. E allora? Riduzione di costi! Io sono il governo, il presidente del consiglio e il ministro dell’economia. Così ci siamo tolti i vizi, gli sprechi e ciò che c’era in più di quanto si potesse desiderare. Anzi non è rimasto più niente attaccato. Giusto l’essenziale. Anche i desideri sono cambiati. L’emozione di realizzarne uno piccolo è salita alle stelle. E a me rimane tutto il tempo, tanto e irregolare, per fare quel che ho sempre sognato.

Le mie figlie non avranno eredità in denaro. A loro andrà il seme della resistenza che mi passò mio padre assieme quello delle lotte operaie e studentesche e della creatività della mia generazione.  So che sono ben piantati nel loro terreno. Ne uscirà una pianta nuova. Ma ancora nessuno di noi la sa immaginare.

Rossana Bacchella